Esiste il tempo cronologico che è sempre uguale: i secondi, i minuti, le ore, i giorni, gli anni si susseguono allo stesso modo. Tuttavia, il tempo cronologico influenza le percezioni di ogni persona, tanto è vero che spesso si sente dire da quelle molto impegnate che “ci vorrebbero i giorni di 48 ore”. Queste persone non riflettono sul fatto che, se anche fosse possibile avere giorni di 48 ore, vi sarebbe sempre l’affanno delle cose da fare.
Il tempo cronologico è assai diverso dal tempo dei cambiamenti. Per secoli il cambiamento è stato lento e, nella propria vita, ogni persona viveva una realtà uguale dalla nascita alla morte. Dopo la rivoluzione industriale il cambiamento della società e dell’economia ha avuto un’accelerazione, sempre più rapida, che si può dire sia diventata esponenziale negli ultimi anni sul piano delle conoscenze scientifiche, delle tecnologie, dei comportamenti individuali e collettivi.
Una condizione che si riflette sulla vita delle persone e su quella di imprese, amministrazioni pubbliche e organizzazioni no profit. Con riguardo a queste ultime si può dire che vi è uno schiacciamento sul breve periodo, quello che viene definito shortermismo. Il valore di borsa delle imprese è ormai condizionato dai risultati trimestrali, anzi in molti casi dalla differenza tra le aspettative degli analisti e i risultati reali. Per le istituzioni pubbliche si cita spesso la frase di Einaudi secondo cui: “lo statista pensa alle future generazioni, il politico guarda alle future elezioni”, che, svolgendosi a ritmo serrato nel nostro Paese, penalizzano politiche di lungo periodo. Sorge spontanea una domanda: è possibile coniugare le esigenze di breve periodo con quelle di lungo periodo?
Per le imprese si può rispondere alla domanda ricordando la distinzione tra scelte strategiche e scelte operative. Le seconde riguardano il breve periodo perché devono essere assunte giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese, considerando le condizioni concrete che di volta in volta si presentano. Ad esempio, aumento o flessione delle vendite che presentano un trend o che sono dovuti a fatti occasionali ed eccezionali, dinamiche dei costi, entrata sul mercato di nuovi concorrenti, messa a punto di una nuova tecnologia produttiva, risposta all’imposizione di dazi (tema divenuto di attualità da un anno) e altri fattori ancora. Le scelte strategiche hanno un orizzonte temporale di medio-lungo periodo e devono essere assunte con analisi delle tendenze in atto nella società, dell’aggiornamento sulle ricerche e sulle tecnologie che riguardano il settore (ad esempio la robotica, l’intelligenza artificiale, sensori, fisica dei materiali, ecc.), dei punti di forza e di debolezza dell’impresa, dei risultati di “stress test” di fronte a differenti ipotesi/scenari che riguardano le dinamiche dei consumi, dei ricavi, dei costi, del sistema competitivo, della normativa, dell’evoluzione tecnologica, dell’apertura o chiusura di nuovi mercati, dei cambiamenti delle supply chain dovuti a modificazioni strutturali dei sistemi di relazioni internazionali. Si può dire che per coniugare il breve-lungo periodo, le decisioni operative e quelle strategiche, occorre applicare il principio secondo cui: “chi ha una strategia crea opportunità, ed è in grado di trasformare situazioni di crisi in opportunità, mentre chi non ha una strategia e coglie solo occasioni, può essere indotto a massimizzazioni di breve periodo e a comportamenti speculativi, ma si espone inevitabilmente a situazioni di crisi profonde e non di rado irreversibili”. Questo principio potrebbe essere messo in discussione dalla considerazione secondo cui anche le strategie fondate su sistemi molto sofisticati che consentono di valutare decine e centinaia di scenari possono essere difficili o poco significative in una società della complessità e dell’incertezza.
Vari studiosi affermano che gli attuali sistemi fondati sulla logica cartesiana di relazioni causa, effetto, retroazione, proiezione tra variabili non sono in grado di definire scenari nella società e nell’economia nelle quali le variabili interagiscono tra loro. La logica razionale che si basa sulla probabilità di manifestazione di eventi futuri non si adatta alla situazione di incertezza che caratterizza fenomeni la cui evoluzione non è riconducibile a una probabilità. Per superare questa criticità gli studiosi di Economia Aziendale, ancor prima di quelli di Management, hanno proposto il concetto di visione come guida delle imprese. Infatti, a partire dalla famosa prolusione di Gino Zappa “Tendenze nuove negli studi di ragioneria”, di cui ricorre il centenario il prossimo 13 novembre, sono stati individuati due caratteri fondanti, durabilità e dinamicità. La caratteristica di durabilità nel tempo delle imprese significa appunto considerarle come un bene comune per la società da salvaguardare nel lungo periodo. Chi riconosce questo carattere ai vari livelli decisionali deve applicare una “logica generativa” che significa appunto desiderare (ossia avere un’idea innovativa), generare (ossia dar vita ad un’impresa), accompagnare (ossia prendere decisioni e operare in modo da rafforzarla), lasciare andare (ossia lasciare le responsabilità di imprese solide alle generazioni future). Il carattere di dinamicità significa che, come affermava spesso il direttore dell’istituto nel quale ho iniziato la carriera accademica: “gestire le imprese significa suonare il piano mentre decine di diavoletti (condizioni esterne ed interne) si divertono a cambiare gli accordi: l’abilità consiste nel far capire il tipo di musica che si sta suonando”. Al riguardo avere una visione significa richiamare la frase di Bernard Shaw, parafrasata da Robert Kennedy, secondo cui: “voi vedete le cose che esistono, io immagino le cose che non esistono”. È questa la capacità che consente di coniugare le decisioni operative di breve periodo con la prospettiva di lungo periodo delle imprese.
Per le istituzioni pubbliche si possono fare queste considerazioni. La possibilità di essere uno statista era probabilmente più semplice in una società nella quale vi era maggiore omogeneità di riferimenti ideali/ideologici e una mediazione di corpi sociali intermedi che consentivano di ricondurre le libertà e le differenze individuali ad una visione comune, o per lo meno accettabile da una maggioranza dei cittadini. Nella società liquida, atomistica, dai comportamenti volatili, senza o con corpi intermedi deboli, non è sufficiente avere una visione di lungo periodo (ossia essere statisti in senso tradizionale) se poi non si riesce ad avere il consenso di breve periodo per governare. Non è un caso che da qualche anno i sistemi democratici fondati sul principio della Rivoluzione francese e statunitense, della libertà, dell’uguaglianza, mentre la fraternité è stata subito dimenticata, sembrano perdenti rispetto a sistemi autocratici o autoritari che impongono scelte senza condividerle. Senza entrare nel merito dei modelli istituzionali si può fare almeno una considerazione rilevante per chi amministra e per i manager pubblici. È possibile proporre strategie e progetti di medio-lungo periodo nei mesi immediatamente successivi alle elezioni, mentre man mano che ci si avvicina alle prossime elezioni occorre proporre progetti e interventi in grado di produrre risultati visibili e spendibili nel breve periodo. Poiché i programmi contengono sia promesse di breve periodo, sia modelli di società che hanno una rilevanza nel lungo periodo, una volta vinte le elezioni i governi nazionali, regionali, locali, per uno, massimo due anni, sono disposti ad impostare politiche e ad attuare cambiamenti che hanno riflessi nel lungo periodo, mentre passata la metà della legislatura incominciano a pensare a come conservare o aumentare il consenso. Si può essere statisti anche senza entrare nell’arena politica. Sono infatti tali tutti coloro che all’interno o all’esterno delle istituzioni pubbliche si adoperano per diffondere valori positivi per il futuro della società, per ricostituire nuovi corpi sociali intermedi, per favorire un confronto di idee rispetto ai talk show fondati su dati falsi, accuse reciproche, insulti che hanno l’unico effetto di diminuire la credibilità delle istituzioni pubbliche e dei processi democratici, il cui sintomo più rilevante e preoccupante è l’astensionismo alle elezioni.