Economie del futuro

Creazione di valore economico e “purpose” d’impresa: una convergenza possibile

Questo contributo, che si lega all’intervento alla XXIII Giornata della Formazione Manageriale ASFOR, mette a fuoco il complesso rapporto tra performance economiche e criteri ESG, offrendo chiavi di lettura preziose per comprendere come purpose e sostenibilità possano diventare leve strategiche per le imprese


Il “purpose” aziendale: una nuova aspettativa sociale

Il concetto di purpose aziendale ha assunto nuova centralità a partire dal 2018, grazie soprattutto alla “sponsorizzazione” di Larry Fink, CEO di BlackRock. Per Fink, il purpose implica la necessità per le imprese di dare un positivo contributo alla società e di portare benefici a tutti gli stakeholder. Questo colloca il purpose in un campo concettualmente noto, quello della responsabilità sociale, ma con un’enfasi rinnovata.

La crescente attenzione al purpose, secondo Fink, riflette un fallimento della politica nel dare risposte alle esigenze sociali. Di conseguenza, la società si rivolge sempre più alle imprese, chiedendo loro di contribuire a risolvere le grandi sfide che l’umanità sta affrontando, siano esse sociali, ambientali o di altra natura. Questo rappresenta un nuovo livello di aspettative nei confronti delle imprese.

Il rischio di non rispondere a queste aspettative è significativo, perché le imprese rischiano di perdere la “licenza per operare”. Fink chiarisce che non si tratta di una perdita in senso giuridico, ma piuttosto di una perdita di legittimazione sociale. Si riferisce alla capacità delle imprese di essere sostenute dalla fiducia pubblica e di godere della reputazione necessaria per svolgere le proprie attività.

Un altro rischio sottolineato da Fink nel non avere un purpose è quello di soccombere alla “schiavitù del breve termine”, alle pressioni immediate che spesso distolgono le imprese dal perseguimento di fini di lungo periodo. Tuttavia, Fink chiarisce anche che il “purpose” non è in opposizione al profitto, ma deve essere inevitabilmente collegato ad esso. In altre parole, i profitti non sono solo importanti; sono essenziali e rappresentano la premessa necessaria per qualsiasi altro obiettivo. Questo punto è cruciale: la creazione di valore di lungo termine, come sintetizzato nel 2019 dalla Business Roundtable (un collettivo di quasi 200 capitani d’industria americani), deve essere inclusiva, riguardando una platea quanto più ampia possibile di stakeholder, compresi lavoratori, fornitori, clienti e comunità.

Il paradosso del profitto economico

Andrea Tracogna e Matteo Lizzi in un momento del loro intervento in occasione dell’evento dello scorso 20 giugno a Trieste

Qualsiasi manuale di microeconomia o economia politica non manca mai di ricordarci un principio basilare: nel lungo termine, i profitti tendono a zero in tutti i settori, per tutte le imprese, a condizione che vi sia sufficiente competizione e libertà di ingresso e uscita dai mercati. Il profitto, in questa prospettiva, è pertanto qualcosa di eccezionale e transitorio, non la regola. Non stiamo parlando del profitto contabile, ma di quello economico. Il profitto contabile è quello che troviamo nei rendiconti finanziari delle aziende. Il profitto economico, invece, è il profitto contabile dal quale si sottrae anche un rendimento atteso sul capitale di rischio. La condizione di creazione di profitto economico si verifica quando il rendimento sul capitale investito (ROC o ROIC) è superiore al costo del capitale (WACC).

Per verificare la predizione sui profitti economici pari a zero abbiamo effettuato delle apposite estrazioni da due importanti banche dati: Bloomberg, che raccoglie informazioni su imprese quotate o emittenti titoli, e AIDA (Analisi Informatizzata dei Dati Aziendali), che offre un’analisi granulare delle imprese italiane.

Analizzando i dati Bloomberg relativi al 2024 per 253 top performer europei in diversi settori industriali, vediamo che la maggior parte delle imprese ha un rapporto ROIC/WACC inferiore a uno, indicando che la condizione di redditività in senso economico non è scontata né naturale, nemmeno per imprese solide e con fatturati considerevoli, considerate top performer a livello europeo.

Anche l’analisi dei dati AIDA delle imprese italiane, in questo caso oltre 10.000 aziende nel settore alimentare e delle bevande (prevalentemente piccole e medie imprese), mostra un andamento perfettamente analogo a quello delle grandi imprese europee. Il profitto economico è concentrato intorno al livello zero, con alcune imprese molto profittevoli sulla coda destra e molte poco profittevoli sulla coda sinistra. L’istogramma del profitto economico evidenzia una fortissima concentrazione intorno allo zero e una mediana leggermente inferiore a zero, a causa della lunga coda di imprese non profittevoli. In sintesi, i dati empirici da database diversificati e ampiamente utilizzati confermano, sia per le grandi imprese europee che per le PMI italiane, che l’essere profittevole in senso economico non è una condizione diffusa né naturale per la maggior parte delle aziende.

ESG e valore economico: una correlazione inesistente (per ora)

Data la difficoltà intrinseca nella generazione di profitto economico, è naturale chiedersi come le nuove metriche di performance non finanziaria, in particolare quelle legate ai criteri ESG (Environmental, Social, Governance), si correlino con la performance economica. Bloomberg, oltre ai dati economici, fornisce in effetti anche uno score ESG, che va da 1 (performance ESG poco soddisfacente) a 10 (performance ESG molto soddisfacente). La nostra analisi ha voluto correlare lo score ESG con la performance economica (rapporto ROIC/WACC e Total Return to Shareholders, TRS).

Il risultato, basato sui dati più recenti a disposizione (2024 e serie storiche 2021-2024), è significativo: non è stata trovata alcuna correlazione particolare tra la performance economica e lo score ESG. In altre parole, le imprese con punteggi ESG più alti (il 25% migliore) non mostrano una maggiore tendenza a essere economicamente profittevoli, né quelle con punteggi ESG più bassi (il 25% peggiore) sono necessariamente meno profittevoli. Un’obiezione comune a questo tipo di analisi è che l’effetto delle politiche ESG sulla creazione di valore si manifesta nel lungo termine. Per affrontare questa obiezione, è stata analizzata la correlazione tra uno score ESG alto nel 2021 e un rapporto ROIC/WACC alto nel 2024, ovvero con un ritardo temporale di tre anni. La correlazione di Pearson (un valore che varia da -1 a 1, dove 0 indica assenza di correlazione) è risultata praticamente zero sia per il rapporto ROIC/WACC che per il Total Return to Shareholders. Questo suggerisce che, sulla base dei dati raccolti, non si evidenzia una causalità tra l’implementazione di politiche ESG e la creazione di valore economico, almeno nel breve-medio periodo analizzato.

È stata esplorata anche l’ipotesi inversa: le imprese che creano valore (quindi profittevoli e solide) sono in grado di implementare in maniera più efficace politiche ESG? Anche in questo caso, la correlazione tra la profittabilità nel passato e gli score ESG attuali è risultata praticamente nulla.

Le conclusioni su questo punto sono essenzialmente due:

  1. Perseguire obiettivi ESG non sembra dare un contributo alla creazione di valore economico, almeno sulla base dei dati analizzati e di un orizzonte temporale relativamente breve (2021-2024).
  2. La correlazione non è neppure negativa. Questo è un aspetto importante e forse più positivo, che ci dice che per le imprese che sono già riuscite a soddisfare le condizioni minimali di sostenibilità economica, il perseguimento di obiettivi e finalità ESG è una facoltà discrezionale pienamente esistente e aperta.

Il futuro dell’ESG e le leve del valore

Le evidenze attuali sollevano una domanda fondamentale per il futuro delle imprese: possiamo aspettarci che nel lungo termine, le politiche ESG possano realmente contribuire a creare valore economico? McKinsey, in un’analisi di alcuni anni fa, ha delineato uno scenario ipotetico, ma altamente auspicabile, in cui le azioni ESG possono effettivamente contribuire alla creazione di valore economico attraverso cinque possibili leve:

  1. Crescita dei ricavi – Prodotti o servizi più conformi alle tematiche di sostenibilità e ai criteri ESG potrebbero essere più richiesti dai consumatori o potrebbero consentire alle aziende di applicare prezzi più elevati, grazie alla maggiore disponibilità dei clienti a pagare per prodotti etici e sostenibili.
  2. Riduzione dei costi – Le azioni ESG potrebbero portare a un miglioramento dell’efficienza operativa, ad esempio attraverso un minore consumo di risorse, una migliore gestione dei rifiuti o l’ottimizzazione dei processi.
  3. Minimizzazione dei rischi normativi – I regolatori stanno già introducendo normative che potrebbero rendere obbligatorie alcune azioni ESG. Le imprese che anticipano e si conformano proattivamente a queste tendenze potrebbero evitare costi futuri legati a sanzioni, multe o necessità di adeguamenti rapidi e costosi.
  4. Aumento della produttività dei dipendenti – Un forte purpose aziendale e un impegno verso obiettivi ESG possono motivare i collaboratori, aumentare il loro coinvolgimento (engagement), migliorare la retention (riducendo il turnover) e orientarli maggiormente al risultato. Un ambiente di lavoro etico e responsabile può attrarre e mantenere i talenti migliori.
  5. Miglioramento della qualità e del rendimento degli investimenti – Le imprese con solide performance ESG potrebbero attrarre investimenti più stabili e di lungo termine, migliorare la propria reputazione sui mercati finanziari e, potenzialmente, ottenere migliori rendimenti sul capitale investito attraverso una gestione più oculata e responsabile dei propri asset.

Queste proposizioni di McKinsey rappresentano, per ora, degli auspici e non delle certezze. La domanda aperta è: quanto tempo ci vorrà perché queste leve del valore ESG possano funzionare davvero?

Per ora, la convergenza tra valore economico e purpose d’impresa rimane più un’aspirazione che una realtà consolidata. Le leve identificate da McKinsey offrono una visione ottimistica su come l’ESG potrebbe tradursi in valore in futuro, ma l’incertezza sul “quando” rimane.

L’impresa del futuro dovrà padroneggiare l’arte di camminare su due gambe: quella della rigorosa generazione di valore economico e quella dell’incrollabile impegno verso un purpose sociale. Il viaggio verso la piena convergenza è complesso, ma le imprese che sapranno bilanciare queste due dimensioni saranno quelle che non solo sopravviveranno, ma prospereranno nel lungo termine, mantenendo la loro cruciale licenza sociale per operare.