La XXIII Giornata della Formazione Manageriale ASFOR, svoltasi al MIB Trieste School of Management, ha messo in luce il delicato equilibrio tra responsabilità economica e responsabilità sociale dell’impresa. Un tema che richiama la necessità di coniugare profitto, occupazione e sostenibilità, evitando il rischio di derive assistenzialistiche. Dalla giornata è emersa con chiarezza la centralità della formazione manageriale come strumento strategico per affrontare le sfide di competitività e sviluppo del sistema Paese
La pregevole relazione di apertura di Andrea Tracogna e Matteo Lizzi su “Creazione di valore e purpose d’impresa” esplicita un dilemma fondamentale delle società democratiche basate sull’economia di mercato, un dilemma che tradizionalmente si presenta molto spesso nella realtà italiana. Ci riferiamo in particolare al rapporto tra la responsabilità economica e la responsabilità sociale dell’impresa, ovvero tra la generazione di profitto economico e il soddisfacimento di correlate esigenze sociali, in primis quelle legate al mantenimento dei livelli occupazionali e dei relativi redditi. In linea di principio sarebbe auspicabile che l’impresa fosse in grado di soddisfare entrambe queste dimensioni, soddisfacendo le legittime aspettative di tutti i propri stakeholder, ma nella realtà le situazioni sono spesso molto diverse.
Il caso citato dagli autori, relativo al magazzino del lusso Fondaco dei Tedeschi di Venezia, è infatti paradigmatico di situazioni che nel nostro paese si ripetono con frequenza, cioè di imprese che decidono, o sono costrette, a ridimensionare la propria attività produttiva, o addirittura a cessarla del tutto come nel caso considerato. Anche se sul piano aziendale tali decisioni sono in genere motivate e giustificate da una oggettiva e insostenibile situazione economica e finanziaria, sul piano sociale esse provocano forti reazioni negative da parte degli stakeholder, a cominciare dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori direttamente coinvolti, ma anche degli altri soggetti della comunità (politici, amministratori locali, media, opinione pubblica, ecc.). Si tratta di interlocutori che di norma non accettano ragioni di merito, esprimendo giudizi tanto perentori quanto sommari e arrivando spesso ad accusare l’impresa di creare un ingiusto danno economico al territorio, che produce negative ricadute anche di immagine e di fiducia. In molti casi, tali reazioni mettono di fatto in discussione la stessa legittimazione sociale dell’impresa, cioè la sua licenza ad operare nel contesto considerato.
Prescindendo da un’analisi sulle cause che possono aver portato alla negativa situazione economica dell’impresa, ovvero immaginando che essa non nasca da comportamenti fraudolenti ma dipenda da normali dinamiche di mercato (compresi eventuali errori dei responsabili aziendali), rimane comunque il dilemma della compatibilità tra la responsabilità economica dell’impresa, che implica la necessità di remunerare tutti i fattori della produzione (compreso il capitale di rischio), e la responsabilità sociale della stessa, ovvero il soddisfacimento delle aspettative degli altri stakeholder citati (a cui tra l’altro si dovrebbero aggiungere quantomeno anche gli aspetti legati al rispetto delle esigenze ambientali).
Come è stato ben evidenziato nella relazione, senza il presupposto imprescindibile dell’equilibrio economico, che implica il conseguimento di un giusto livello di profitto, l’impresa non riesce a generare valore e quindi, oltre a non remunerare gli azionisti, non può nemmeno essere in grado di corrispondere alle esigenze sociali dei vari stakeholder, a meno che essa non possa usufruire di sostegni esterni, ad esempio da parte di soggetti pubblici, ovvero con le risorse della collettività. Si tratta peraltro di una prassi ben nota nel nostro paese che, praticata su larga scala, ha prodotto storicamente il noto fenomeno dell’assistenzialismo, in base al quale una parte significativa delle imprese ha potuto continuare a operare grazie al supporto di risorse pubbliche (non a caso è una delle cause dell’enorme debito pubblico accumulato dall’Italia). In questi casi l’impresa garantisce il soddisfacimento del primario fabbisogno sociale legato al mantenimento dei lavoratori occupati (e probabilmente dell’indotto), ma non crea certo valore economico e, in prospettiva, rischia di indebolire anche le stesse capacità di reazione e l’efficienza del sistema, riducendo le risorse disponibili per i necessari investimenti in innovazione e sviluppo. Si tratta di un aspetto che, tra le altre cose, penalizza la produttività e la competitività e costituisce una delle cause dei bassi livelli salariali offerti dalla maggioranza delle nostre imprese, comparabilmente con quelli dei principali competitor europei.
In estrema sintesi, riteniamo che la sostenibilità economica, e quindi la capacità dell’impresa di generare un giusto profitto debba rappresentare un presupposto indispensabile, senza il quale discutere degli aspetti di responsabilità sociale rischia di essere un mero esercizio astratto. Tuttavia, come mostra la ricerca di Tracogna e Lizzi, basata su un campione rappresentativo di imprese europee top performer, nella realtà operativa l’ottenimento di un profitto economico, oltre che apparire intrinsecamente difficile da conseguire, non risulta la condizione naturale per la maggior parte delle imprese considerate. Tale situazione riduce inevitabilmente anche la concreta possibilità da parte delle stesse imprese di avviare organiche politiche ESG, che notoriamente comportano investimenti e costi aggiuntivi. Inoltre, anche nei casi in cui le imprese sono state in grado di adottare questo tipo di politiche, l’indagine non ha verificato una correlazione diretta e misurabile tra le corrispondenti iniziative ESG avviate e la capacità dell’impresa di incrementare il valore economico creato e quindi il proprio livello di profitti. Conseguentemente, le politiche ESG avviate appaiono al momento più legate a obiettivi di lungo termine che a un investimento capace di garantire dei ritorni economici a breve (salvo le eventuali ricadute in termini di immagine o di brand, che in alcuni casi possono far premio sui risultati anche nel breve termine). Rimane in definitiva il fatto che senza il soddisfacimento delle imprescindibili esigenze legate alla sostenibilità economica, il perseguimento delle dimensioni relative alla responsabilità sociale dell’impresa, comprese le ipotesi riguardanti le possibili iniziative ESG, rischia inevitabilmente di rimanere nel limbo delle buone intenzioni o delle aspirazioni.