Attualità

Miti e paure del lavoro oggi: uno sguardo tra arte, formazione e territorio

“Noi siamo le Api dell’Invisibile. Bottiniamo perdutamente il miele del visibile per accumularlo nella grande arnia d’oro dell’Invisibile”.
                                                                                                                                                                               Rainer Maria Rilke

Sono nata nel 1965 in un piccolo comune dell’Alto Ferrarese, in una comunità agricola dove il lavoro era parte integrante dell’identità collettiva. Allora il lavoro più diffuso era nei campi, qualcuno lavorava in fabbrica e qualcuno faceva l’impiegato. Ci si conosceva tutti, e si cresceva dentro un’idea semplice ma profonda: lavorare significava far parte di qualcosa. Una fotografia che Giuseppe Pederiali ha saputo cogliere con un’istantanea pennellata a tinte calde nel suo “Padania Felix, libro che ho avuto l’onore di sostenere come giurata popolare al Premio Estense nel 1999. In quelle pagine vive una memoria affettiva e collettiva: un mondo in cui il lavoro era parte del paesaggio umano, intrecciato ai ritmi naturali, ai saperi della terra, alla dignità quotidiana. Un mondo finito, ma ancora capace di offrirci chiavi per comprendere cosa abbiamo perso e cosa potremmo ritrovare.

Da allora, tutto è cambiato, e il lavoro con esso. Questo testo nasce come narrazione personale e riflessione pubblica, scaturita dal mio vissuto e dal confronto con tante persone incontrate lungo il mio percorso, e si è arricchito anche grazie all’esperienza del Festival Nobilita 2025, in cui la community di FiordiRisorse si è confrontata per quattro giorni sul senso profondo del lavoro oggi.

Scrivo come professionista della formazione, ma anche come madre, come cittadina. Lavorare ha sempre significato per me indipendenza, libertà e soprattutto “partecipare alla trasformazione”. Eppure, nel tempo, ho dovuto fare i conti con il disincanto, con l’assenza di riconoscimento, con la distanza tra valori e pratiche, e sempre più frequentemente mi interrogo su ciò che il lavoro è diventato. Perché intorno al lavoro si stanno addensando miti seducenti e paure sottili, che spesso bloccano più che orientare.

I MITI DEL LAVORO CONTEMPORANEO

Il mito della realizzazione a ogni costo

Viviamo nel tempo in cui il lavoro viene presentato come la realizzazione massima del sé. Ci viene chiesto di trovare la nostra vocazione, trasformarla in mestiere e trarne successo e soddisfazione. Ma questa visione, per quanto affascinante, lascia indietro molte persone e molte storie. Non tutti possono – o vogliono – fare del lavoro il centro assoluto della propria identità. Il rischio è una frustrazione perenne, un senso di inadeguatezza continuo.

La flessibilità che si traduce in precarietà

Parole come smart working o lavoro agile sembrano raccontare una libertà nuova. Ma per molti, soprattutto per le fasce più giovani, si traducono in precarietà cronica, in instabilità di reddito, in assenza di riferimenti. La flessibilità ha senso solo se è sostenuta da diritti, visione e tutele. Altrimenti è solo solitudine mascherata da autonomia.

La formazione come responsabilità individuale

La formazione continua è fondamentale, ma non può diventare l’alibi per scaricare tutta la responsabilità sull’individuo. Se il contesto non evolve, se i territori non assorbono le competenze, se le politiche pubbliche non accompagnano i percorsi, si genera un circuito chiuso: si impara, ma non si applica. Un capitale umano sprecato, con grandi aspettative e poche ricadute.

Le paure che non si dicono

Le paure del lavoro oggi sono spesso non dette, ma profondamente radicate. La paura di non essere mai abbastanza. La paura di essere sostituiti dalla tecnologia. La paura che il proprio lavoro non serva davvero a nulla. Queste paure producono sfiducia, rinuncia, a volte  cinismo. Ma soprattutto, indeboliscono la dimensione trasformativa del lavoro. Perché il lavoro, se ha senso, trasforma. Le persone, le comunità, i luoghi. Eppure, in tanti momenti di crisi, le persone reagiscono. Riorganizzano, si reinventano, costruiscono. Se questa energia esiste, perché non provare a mobilitarla prima?

RIPENSARE IL LAVORO: ARTE, CULTURA, AMBIENTE

Il mio motto a metà degli Anni ‘80 quando confermai il mio percorso di studi verso l’arte, era semplice e idealista: “l’arte ci salverà”. Perché l’arte insegna a vedere, a immaginare, a dare forma. In un Paese che custodisce oltre il 70% (c’è chi dichiara numeri maggiori) del patrimonio artistico mondiale, il lavoro legato alla cultura, al restauro, alla fruizione dei beni culturali non è un lusso, ma una necessità.

Oggi, dopo oltre 35 anni, e scelte formative successive alla laurea che mi hanno indirizzata alla formazione professionale, so che quella visione romantica si è scontrata duramente con la realtà. Il mondo del lavoro si è fatto strumentale, cinico, disumanizzato dalla logica globale. L’arte è stata relegata ai margini, la sostenibilità ambientale ignorata per troppo tempo, la progettazione urbana ha perso contatto con le persone.

Eppure, proprio in questa distanza, si è riacceso il pensiero diventando visione e trasferibilità in altri ambiti.

Nel 2006 ho avuto l’opportunità di conoscere l’architetto giapponese Hidetoshi Ohno e il progetto Tokyo 2050: Fibercity. Una visione urbana fluida, resiliente, pensata per accogliere i bisogni mutevoli della società. Da allora, quella proposta è diventata per me una direzione ideale. Non solo un modello, ma un modo diverso di stare nel mondo, di osservare, di progettare.

È lì che ho cominciato a ripensare alla progettazione – anche nel mio lavoro di consulente e nella formazione – come a una sinopia: un disegno invisibile ma necessario, tracciato sotto l’intonaco visibile dell’agire quotidiano.

Un segno che non si mostra, ma che guida. Una linea antica che porta in sé memoria, intenzione, conoscenza.

Così erano un tempo le organizzazioni del lavoro: strutture che si autosostenevano non solo per produrre, ma per generare senso, muovendosi verso obiettivi che univano efficienza, usabilità, bellezza.

Forse oggi abbiamo bisogno di riscoprire quella sinopia. Di imparare di nuovo a tracciare con pazienza, a lavorare sotto la superficie, con la consapevolezza che ogni gesto, ogni progetto, ogni scelta porta con sé qualcosa che resta. Invisibile, ma fondante.

Come ricordano Paolo Bruttini e Massimo Lugli nel libro “Nudge Solutions Program“: “Dialogo, fiducia, cambiamento gentile: concetti chiave di un approccio all’organizzazione che ribalta le prospettive più tradizionali… aiutano le persone a esprimere il meglio di sé”.

Oggi più che mai, temi come la rigenerazione urbana, l’efficienza energetica, la centralità dei bisogni reali delle persone, opportunamente conditi da soft skills, vanno integrati nei progetti formativi e lavorativi. Il lavoro non può essere separato dalla qualità della vita. Deve diventare infrastruttura culturale.

Il lavoro dovrebbe essere il luogo di questo ampio sviluppo personale, dove molte dimensioni della vita entrano in gioco: la creatività, la proiezione del futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione”.
— Papa Francesco, Laudato Si’, §127

UNO SGUARDO DI SCENARIO: TRA INCERTEZZA E RESPONSABILITÀ

“Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia.”
Papa Francesco, Laudato Si’ (§118)

Nel contesto attuale, il lavoro non può essere analizzato senza tenere conto dei grandi megatrend che stanno ridisegnando il nostro presente e soprattutto il futuro: la transizione ecologica, la rivoluzione digitale, l’invecchiamento demografico, le nuove disuguaglianze, il cambiamento climatico, le migrazioni. Questi fenomeni non sono semplici tendenze: sono trasformazioni sistemiche, profonde, con impatti non sempre prevedibili.

Accanto a queste traiettorie globali, assistiamo a un aumento di eventi imprevisti e discontinui – pandemie, guerre, crisi ambientali, shock energetici – che spesso vengono etichettati come cigni neri. Ma ci stiamo chiedendo davvero se siano imprevedibili o, più onestamente, trascurati fino a quando non esplodono?

Eppure, ogni volta che la realtà ci mette alla prova, vediamo emergere una straordinaria capacità di risposta da parte delle persone: impegno, solidarietà, intelligenza collettiva, spirito di adattamento. Se sappiamo reagire con questa forza, perché non agire con la stessa determinazione prima che l’urgenza si presenti?

Abbiamo bisogno di coltivare uno sguardo anticipante, progettuale, capace di leggere i segnali deboli e costruire resilienza. Serve uno sforzo collettivo che metta al centro la cura del vivente, la dignità del lavoro, l’equilibrio tra uomo e natura.

Un riferimento ispiratore, in questo senso, è l’enciclica “Laudato Si’” di Papa Francesco, che invita a un’ecologia integrale in cui tutto è connesso: il lavoro umano, l’ambiente naturale, la giustizia sociale, la qualità della vita. È un appello a una conversione culturale profonda, che riguarda anche il modo in cui pensiamo, formiamo e organizziamo il lavoro.

Per concludere, abbiamo bisogno di nuove narrazioni sul lavoro, meno legate al mito individualista e più radicate in un’idea di futuro condiviso. Costruirle significa aprire spazi di umanità, riconoscere la complessità, accogliere la fragilità e coltivare la bellezza.

Serve una progettazione che torni a essere sinopia: tracciato profondo e invisibile che orienta, connette, custodisce saperi. Un disegno silenzioso ma determinante, che riconosce la dignità del lavoro e la responsabilità del fare.

Lavorare non è solo produrre. È prendersi cura. È stare dentro le cose con rispetto. È costruire futuro. e più radicate in un’idea di futuro condiviso. Costruirle significa aprire spazi di umanità, riconoscere la complessità, accogliere la fragilità e coltivare la bellezza.

Lavorare non è solo produrre. È prendersi cura. È stare dentro le cose con rispetto. È costruire futuro.


Per approfondire

  • Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta
  • Karl Polanyi, La grande trasformazione
  • David Graeber, Bullshit Jobs
  • Domenico De Masi, Il lavoro che cambia
  • Daniel Christian Wahl, L’arte di rigenerare il mondo. Come organizzare le nostre società per proteggere la vita sul pianeta
  • Paolo Bruttini & Massimo Lugli, Nudge Solutions Program
  • Papa Francesco, Laudato Si’
  • Byung-Chul Han, La società della stanchezza
  • Osvaldo Danzi, Il lavoro trattato male