Rivoluzione digitale e dintorni

Formare il futuro: la sfida educativa nell’era dell’AI

Il Vice Presidente Vicario di ASFOR Giorgio Colombo con Gianmario Verona al Leadership Learning Lab Credits: Nanni Fontana | Università Cattolica

Da economista, mi piace inquadrare questo momento da un punto di vista storico. Infatti, non vi è troppo da sorprendersi dell’attuale caos geopolitico in quanto stiamo assistendo agli effetti di una importante rivoluzione industriale. E ogni volta che c’è una rivoluzione industriale, si verifica uno scombussolamento sociale, ma anche politico. Tutto ciò accade in quanto le persone sono guidate anche dall’interesse economico e di conseguenza la tecnologia, soprattutto quando è generalista e ha un impatto così trasversale e straordinario, produce un cambiamento davvero epocale nella società, nei consumi e quindi anche nell’economia.

È successo con la macchina a vapore nel tardo Settecento, è successo con l’energia elettrica nel primo Novecento, non è successo col computer negli anni ‘50 e ‘60, perché i computer in realtà hanno creato l’infrastruttura che stiamo impiegando oggi. La rete Internet in particolare ha permesso di produrre un’infinità di dati a livello mondiale che rappresentano il nostro sapere collettivo in questo grande cervello che è il mare del web. Queste macchine che caratterizzano l’intelligenza artificiale e che hanno la parvenza di essere intelligenti; in realtà lo sono solo relativamente in quanto sono tecnologie di carattere statistico, che vengono però alimentate dai dati che noi continuiamo a produrre e ad accumulare. Stiamo trasferendo un valore straordinario a quello che sarà il potenziale futuro di questa tecnologia.

Durante tutte le rivoluzioni industriali, lo scenario economico è sempre cambiato, e ovviamente sta cambiando anche questa volta. Tutto ciò non vale solo per l’Occidente; basta osservare la Cina che ha creato la grande muraglia digitale cinese nel 1999 e ha prodotto un impero che attualmente sta procedendo in un modo allineato con il mercato degli Stati Uniti che, grazie al soft power, rappresentano tutt’oggi l’impero dominante dal punto di vista culturale e tecnologico. La Cina, investendo seriamente in tecnologia e scienza, è riuscita a colmare un gap incredibile in soli venti anni e oggi rappresenta una potenza oggettivamente significativa non solo dal punto di vista politico.

Di fronte a questo fenomeno occorre interrogarsi per capire quale ruolo può giocare il mondo education. Non si tratta solo di insegnare nuovi mestieri e nuove competenze – quelle tipiche dell’intelligenza artificiale – ma di comprendere, di allenare e di formare nuove intelligenze umane, che sappiano lavorare in cooperazione continua con la tecnologia dell’intelligenza artificiale.

Vi voglio raccontare un aneddoto personale, visto che per gli impegni gestionali legati alla carica di Rettore mi hanno parzialmente allontanato dalle aule per un certo numero di anni. Da alcuni mesi sono rientrato a svolgere pienamente la professione di docente. La sensazione che ho provato è di essermi trovato di fronte un’aula composta da studenti, certamente molto abili e veloci intellettualmente, ma schermati da computer, armati di smartphone sui banchi e, in alcuni casi, addirittura con AirPods indossati in uno dei due orecchi durante la lezione – cosa che porta a pensare che nell’ambito del multitasking magistralmente descritto ne “Gli sdraiati” di Michele Serra, magari mentre assistono alla lezione stanno anche seguendo qualcosa di più o meno rilevante con qualche dispositivo in streaming. Insomma, si tratta di studenti che hanno a disposizione degli strumenti tecnologici potentissimi dal punto di vista delle attività che possono svolgere in termini di apprendimento.

Seguendo la modalità didattica che utilizziamo in Università Bocconi e che suggerisce di fare lezioni induttive e quindi molto empiriche in partenza, ho mantenuto l’abitudine di impiegare il metodo dei casi. Ingenuamente, dando lettura dei casi, ho chiesto ai miei studenti di preparare un assignment prima della discussione, fornendo una traccia basata su alcune domande. Premetto anche che insegno in corsi di laurea in lingua inglese.

Mi sono trovato degli elaborati che erano precisi da un punto di vista del contenuto, molto simili tra loro e, cosa divertente, dal punto di vista linguistico erano scritti con un inglese che probabilmente si avvicina a quello impiegato da un professore di letteratura di Oxford. Bizzarro visto che insegno in un corso di laurea in Economia e gran parte degli studenti sono europei dell’Europa continentale e asiatici. Inutile dire che avevano tutti impiegato ChatGPT per svolgere i compiti: questo è il segreto di Pulcinella del mondo dell’education in questo momento storico.

Perché racconto questo aneddoto? Perché il mondo tecnologico che abbiamo a disposizione è un mondo che sta snaturando anche il modo in cui disseminiamo il nostro sapere e in cui valutiamo la performance dei nostri studenti.

Il tema centrale è cercare di capire come riuscire, da un lato, a valorizzare la parte culturale, che è una parte fondamentale nell’insegnamento e, dall’altro lato, a capire come sfruttare al massimo la possibilità che oggi abbiamo a disposizione per rendere l’insegnamento ancora più efficiente e ancora più coerente con il nostro progetto educativo. Questo implica mettere in discussione una buona porzione del sistema educativo per come l’abbiamo costruito fino ad oggi perché, partendo fin dal mondo scolastico per giungere al mondo accademico, è un sistema molto verticale e molto disciplinare.

In passato è stato impostato un progetto culturale che tende a creare divisioni fin dal momento educativo delle scuole medie superiori, quando, paradossalmente, l’apertura mentale è massima; e poi, durante il periodo universitario, lo andiamo a separare ulteriormente, con una disgregazione ancora più marcata delle discipline accademiche e dei curricula accademici.

A poco è servita la riforma che abbiamo fatto in Europa con la separazione tra le lauree triennali e le lauree magistrali, perché abbiamo mantenuto il sistema dei debiti formativi a differenza di quello che avviene nel contesto anglosassone, da cui la riforma aveva preso spunto.

Il paradosso è che il sistema attuale crea persone potenzialmente competenti, ma molto specializzate. Ma questa specializzazione verrà toccata se non invasa dal potenziale tecnologico che la macchina introdurrà. Tutto ciò sta già avvenendo: pensiamo a settori come la traduzione e la grafica per fare esempi che stanno già impattando sul mercato del lavoro.

C’è quindi tantissimo da fare. Le istituzioni, sia scolastiche che accademiche, sono impostate sul dettato della seconda rivoluzione industriale, in cui valeva il paradigma della divisione del lavoro, della specializzazione dei ruoli e della puntualizzazione del sapere rispetto a specifiche discipline scientifiche o umanistiche. Oggi ci troviamo in un momento storico in cui conta l’integrazione, conta l’abilità di governare una macchina che diventerà sempre più intelligente. Chi ha l’interesse, il piacere, la fortuna di confrontarsi con qualche fisico teorico che sta lavorando su alcuni di questi modelli sa che ormai non si parla più solo di intelligenza artificiale, ma si parla dell’intelligenza complessiva umana che arriverà nel giro di 5 anni, ovvero dell’idea che le macchine non permetteranno semplicemente di predire statisticamente, ma che diventeranno veramente generative dal punto di vista della creatività: non saranno senzienti, ma avranno questa capacità di riuscire a produrre elaborati di impatto non solo a livello verbale ma anche di calcolo. E le macchine stanno anche già imparando a diventare empatiche nell’interazione.

Diventa quindi assolutamente fondamentale cercare di favorire l’integrazione dei saperi, perché il governo della macchina richiederà una capacità sempre più orizzontale. Per riuscire a gestire intelligentemente la macchina sarà indispensabile la profondità e la narrativa del pensiero critico, ovvero della filosofia applicata ma, parallelamente, bisognerà sempre di più trasferire ai nostri discenti anche una cultura tecnica rispetto alla macchina stessa. Per guidare l’automobile, devo prendere la patente, devo avere delle conoscenze minime sul motore, e la stessa cosa vale per questo tipo di macchina, che richiede competenze di calcolo e di computer science.

In proposito, sono complessivamente ottimista in quanto credo ci sia attualmente molto fermento. In quanto questo non è solo un problema italiano, non è un problema europeo, ma è un problema internazionale e si moltiplicano i dibattiti e le conversazioni nelle varie accademie a livello globale. C’è ancora un po’ di confusione sul da farsi, ma credo che sia veramente molto importante cominciare a pensare a come integrare la conoscenza matematica, scientifica, statistica e la conoscenza umanistica, senza dividere le loro caratteristiche e senza interpretarli come campi disciplinari separati. Ed è fondamentale farlo a partire dalla scuola. La riflessione sulla costruzione del sapere intelligente, che deve tenere insieme elementi diversi, tecnico, scientifico, statistico, matematico, filosofico, sociologico, è una riflessione che in questi ultimi periodi è molto accesa anche all’interno del mondo universitario.
Come istituzioni, siamo pronti ad accettare questa sfida ma, trattandosi di una sfida molto grande, la stiamo guardando, come si dice, “con lo specchietto retrovisore”, utilizzando logiche del passato e modalità poco coordinate, che non tengono presente il potenziale della nuova tecnologia.  Fino ad oggi abbiamo enfatizzato soprattutto la complessità e gli aspetti negativi; dovremmo riconoscere il potenziale straordinario che abbiamo davanti e che permette, per esempio, di disseminare l’informazione con una grandissima facilità.

Mi permetto di fare un altro esempio banale: ai miei tempi, quando ero studente, sia a scuola che in università, avevamo dei libri di testo che erano scritti in modo abbastanza ermetico e ad esempio presentavano una grafica elementare. Era il docente che doveva spiegare il loro contenuto, quando si era a lezione.  Pensate invece a quello che si può fare oggi negli ambiti scientifici (biologia, chimica…) utilizzando filmati straordinari. Si studiava Marte pensando a un fumetto, si studiavano RNA e DNA con dei disegni su cui occorreva esercitare l’immaginazione per capire fino in fondo quello che il testo ci descriveva: oggi abbiamo delle fotografie che ci permettono di vedere la materia a livello atomico, abbiamo filmati che ci permettono di comprendere processi di ogni genere. Li abbiamo contenuti in libri di testo ibridi che impiegano link di approfondimento, abbiamo podcast, abbiamo filmati streaming. Abbiamo a disposizione strumenti in termini di divulgazione, che sono oggettivamente straordinari. Il docente può delegare fuori dall’aula parte dell’apprendimento per portare poi la lezione su piani più alti, puntando a personalizzare anche parte del contenuto con la classe. In sintesi, una volta la lezione serviva per spiegare il bilancio, per spiegare Heidegger, per spiegare il DNA; oggi, se lo studente è stato preventivamente opportunamente stimolato, si può andare in aula avendo la certezza che sappia già di cosa stiamo parlando e quindi si può giocare molto di più sul connettere i punti e sull’attivare anche altre capacità, quelle critiche, quelle emotivo-relazionali, che saranno fondamentali per il futuro.

Questo credo sia il futuro. Ma è un futuro che implica anche la necessità di ridisegnare tante cose. I nostri docenti sono guidati da un sistema di incentivi molto banale: devono fare un certo numero di ore di lezione, devono pubblicare qualche lavoro di ricerca all’anno se sono accademici, ma non sono stimolati rispetto a questo nuovo mondo, perché sono figli di un sistema di incentivi che è stato strutturato durante il Novecento. Il mondo universitario sembra attraversato da un tecnicismo burocratico che sta soffocando quello che è il ruolo di ricerca e di riflessione che dovrebbe caratterizzare gli atenei del futuro.

E pensiamo anche ai nostri insegnanti, nelle scuole, soprattutto nelle scuole pubbliche, dove le risorse sono scarse, dove il sistema di incentivi è carente, dove in questo momento storico serve la tecnologia. Perché, se vado a insegnare in un liceo o in una scuola media e non ho i computer in aula, parto con uno svantaggio veramente strutturale.

Quello che stiamo vivendo è un momento affascinante, perché è un momento di ripensamento importante; l’aspetto positivo è il fatto che ne siamo oramai tutti consapevoli. Dobbiamo cercare di fare qualcosa e soprattutto di collaborare e di interagire come stanno facendo, ad esempio, le università milanesi che da qualche anno a questa parte vanno avanti a braccetto perché sanno che abbiamo una comunità di 220.000 studenti a Milano, con una quota crescente di studenti fuori sede, circa 70.000, di cui molti internazionali, che hanno tutte le facoltà a disposizione, ma che devono integrare sempre di più queste facoltà. Perché sanno che anche un grande avvocato dovrà essere un esperto di ChatGPT così come una grande scienziata dovrà avere la capacità umanistica che caratterizza una filosofa.

Concludo raccontando qualcosa a proposito di Human Technopole. Si tratta di un’iniziativa voluta dal Governo nel 2019 che si trova nell’area di Rho che ha ospitato Expo nel 2015 e che successivamente è stata rinominata MIND – Milan Innovation District. Human Technopole è il sito all’interno dell’area MIND che si occupa di ricerca scientifica, con finalità di trasferimento tecnologico nel campo delle scienze della vita. È una realtà già operativa da 5 anni ed è composta da 400 scienziati che portano avanti una ricerca di frontiera che riguarda l’analisi delle cellule a livello atomico, con tecnologie che includono apparecchi di genomica, microscopi ottici ed elettronici di ultima generazione. Noi parliamo molto in questi anni di intelligenza artificiale, ma la cosa straordinaria è che tutti i campi scientifici, dalla scienza dei materiali alle scienze della vita, all’astrofisica, hanno a disposizione degli strumenti che fino a qualche anno fa non avevamo a disposizione e possono fare delle cose incredibili. Vi cito come esempio quello che ha fatto il team del professor Sottoriva presso Human Technopole che ha pubblicato un paper su Nature Cancer, che, grazie all’intelligenza artificiale, utilizzando questi modelli che riescono a fare visualizzazioni che l’essere umano non riesce a fare, ha potuto identificare un nuovo biomarker nei tumori pediatrici. Si tratta quindi di un modello predittivo che permette agli oncologi di identificare un biomarker già in età giovanile. Ancora una volta, spezziamo una lancia a favore dell’intelligenza artificiale, perché oggi abbiamo questa tecnologia che permette di fare delle cose davvero straordinarie.

Stiamo portando avanti questi progetti con uno sforzo importante dal punto di vista delle risorse pubbliche, perché siamo una Fondazione privata finanziata dal Ministero della Salute, dal MUR e dal MEF. Dallo scorso giugno mettiamo a disposizione i nostri laboratori anche per i ricercatori delle università italiane.

Questa è un’evidenza del fatto che dell’intelligenza artificiale non si può fare a meno, può essere utile e non deve farci paura se la governiamo, se riusciamo a studiare bene la macchina e far fare alla macchina quello che ci serve, perché ovviamente il fine deve essere guidato dall’essere umano.