Il coraggio dell'utopia

Per una razionalità inquieta e umana

L’intelligenza artificiale, di cui oggi si parla tantissimo, è un’ottima occasione per tentare di ripensare la razionalità. Che cos’è la razionalità? Non è semplice rispondere.

Noi diciamo che l’Occidente è razionale, ma cosa si intende quando diciamo “razionale”? È chiaro che, quando si parla di intelligenza artificiale, in realtà si riduce la razionalità all’intelligenza. E che cos’è l’intelligenza?

Ne è stata data una definizione: si dice che l’intelligenza sia la capacità di risolvere problemi, oggi diremmo: il problem solving. Ma questo concetto di razionalità è parziale, perché la razionalità umana non è riducibile all’intelligenza.

Il problema, a questo punto, è chiederci se abbiamo voglia di interrogarci su che cosa sia la razionalità umana e su che cosa sia l’uomo. Dico “se abbiamo voglia”, perché spesso si confonde il pensiero con il parere: il parere può avere un’importanza trascurabile, mentre avere un pensiero … è tutt’altra cosa. Tuttavia, non si può pensare di pensare gratuitamente. Mi permetto un paio di esempi.

Il primo riguarda il tema del desiderio. Trovo sia un tema interessantissimo, perché riguarda un tratto caratteristico dell’umano. L’uomo è un essere vivente: ha dei bisogni, ma ha anche un proprio desiderio. René Girard afferma che il desiderio è un desiderio mimetico. Siccome l’uomo non sa che cosa desidera, impara a desiderare attraverso gli altri. È ovvio, non è difficile da spiegare. Immaginiamoci una sala in un asilo dell’infanzia. Nella sala c’è un gioco, lì a terra, un gioco che nessuno vuole. Nel momento in cui un bambino si alza e lo prende, quel gioco lo vogliono tutti, lo desiderano anche gli altri bambini. A noi questa dinamica appare come ovvia, eppure non è qualcosa di scontato. La riflessione sul desiderio, in seguito, si è ulteriormente evoluta attraverso tutta la riflessione psicoanalitica nel Novecento e, dopo decenni di studi, si è arrivati alla vera definizione – vera, secondo me – di cosa sia il desiderio.  Ed è la definizione che dà lo psicoanalista francese Jacques Lacan, quando scrive che il desiderio dell’uomo è desiderio di “niente di nominabile”. Ecco il punto che ci riguarda: abbiamo voglia di arrivare a questo “niente di nominabile”? Se si vuole affrontare fino in fondo la questione, il tema che ci dobbiamo porre riguardo alla razionalità è l’affermazione di un “niente di nominabile”, l’affermazione di un non-sapere strutturale alla razionalità. È il pensiero di Socrate, quando asserisce che il massimo del sapere è il non-sapere.

Nel precedente intervento, Massimiliano Valerii affermava che l’intelligenza è stare bene al mondo. Una bellissima definizione. Ma non si può stare al bene al mondo, umanamente parlando, se non si accetta di non sapere, se non si accetta il limite, se non si accetta di non risolvere i problemi. L’uomo, in questo senso, è razionale: perché accetta di non poter risolvere tutti i problemi. Ecco il punto. Abbiamo voglia di andare lì, a indagare intorno a questo punto, in un mondo dove tutto è legato all’efficienza? Il desiderio dell’uomo non è solo il desiderio mimetico: è il desiderio di “niente di nominabile”.

Pensiamo alla storia biblica di Isacco: un Dio che chiede a un padre di uccidere il figlio. Sembra una cosa terribile. Ma non ci si può fermare lì, occorre andare avanti nella lettura e possiamo farlo, se solo abbiamo voglia di capire qualcosa di questo Dio strepitoso che ordina e poi sospende.

In questo senso, trovo che il concetto di razionalità, così come l’Illuminismo l’ha concepito e ce lo ha trasmesso, sia un concetto falso. È un tipo di razionalità fredda, che si sclerotizza. Non è questa la vera razionalità umana.

Mi spiego con altri due esempi. Il primo riguarda un tipo di razionalità che è emerso in occasione dell’attentato al giornale Charlie Hebdo. Il nuovo direttore a un certo momento se ne uscì con questa frase: “Noi – ovvero l’Occidente – difendiamo il diritto alla blasfemia”. Ma questa non è la razionalità dell’Occidente, è la corruzione dell’Occidente. Il diritto alla satira non è il diritto alla blasfemia! Noi vogliamo difendere questo tipo di Occidente? No, per quello che riguarda me, no.

A questo punto, la riflessione che si pone rispetto al tema della razionalità, ovvero su che cosa vuol dire essere razionali, diventa complessa.

Il secondo esempio. Ricordo il libro di un sociologo e antropologo francese, Roger Bastide, che si intitolava “Il sacro selvaggio”. Mentre molti intellettuali sostengono che laddove c’è religione c’è solo fanatismo e fatalismo, Bastide afferma invece che il sacro, il fatalismo si vuole “far fuori” da una concezione dell’uomo, solo per una razionalità fredda, logica, precisa, calcolante. Ma questo sacro, espunto artificialmente dall’esperienza umana, vi rientra perché l’uomo non è fredda razionalità, ma è costituito anche di passioni, sogni, inconscio, desideri e altre cose strane.

Il primo versetto del coro dell’Antigone dice: “Molte sono le cose strane nel mondo, ma nulla è più strano dell’uomo”, e alcuni traducono quello “strano” con “terribile”, altri con “magnifico” e quest’ultima traduzione è quella che a me piace di più. Heidegger lo traduce con “inquietante”: “Molte sono le cose inquietanti nel mondo, ma nulla è più inquietante dell’uomo”.

La razionalità umana è una razionalità che non si vergogna di questo, e accoglie questa inquietudine. La accoglie al proprio interno.

La miglior difesa di un uomo-non-astratto è stata fatta, nel Novecento, dalla psicoanalisi, più che dalla teologia e anche più che dalla filosofia. A questo proposito, è stato recentemente tradotto per l’editrice Vita & Pensiero un bellissimo libro di Julia Kristeva, una grande linguista e psicoanalista vivente, intellettuale francese, non credente, la quale sostiene che non c’è alternativa a una rifondazione continua dell’umanesimo. Questo libro si intitola C’è dell’altro. La razionalità umana si costituisce come “umana” nel riconoscimento che c’è dell’altro. E cos’è questo altro? Non è zero, non è nulla. Il desiderio dell’uomo è desiderio di “niente di nominabile”. La Kristeva sostiene che noi dobbiamo continuamente rifondare l’umanesimo e che, per progredire in questo processo, la razionalità illuminista non risulta adeguata, c’è bisogno – appunto – d’altro.

Questo enigma non riguarda solamente l’affermazione di Socrate sul non-sapere, ma concerne anche la grande affermazione di Freud che “l’uomo non è padrone a casa propria”. Bisogna essere dei militanti del non-pensiero, per ritenersi padroni a casa propria. Se c’è un luogo dove non sei padrone, è proprio casa tua. Il concetto di padronanza è una follia. L’idea stessa di “essere padrone” è il segno di una patologia.

In questo senso, ritengo che la razionalità umana sia drammatica, non necessariamente tragica, ma drammatica. L’elemento passionale – così bene espresso nel mito – non può essere buttato fuori dalla scena. Siamo uomini, siamo emozioni, siamo fede, siamo speranza. Tutte queste cose non si possono eliminare, a meno di fare un’operazione violenta. E allora si torna alla questione: “Cosa vuol dire razionale? Che cos’è la ratio?”

Ratio vuol dire calcolo, misura, è vero. Ma l’uomo è chiamato a misurare umanamente, non solo matematicamente. Non c’è alternativa alla ratio. È vero. Certo che dobbiamo misurare! Siamo esseri finiti e mortali e dobbiamo continuamente misurare. È la grande questione dell’economia, intesa in senso nobile, oikos: l’economia non ha a che fare solo con i soldi e con le banche, ha a che fare con tutta la vita: dobbiamo dormire, mangiare, lavorare. Il problema però è dato dal fatto che, quando si parla di calcolo umano, non si può parlare unicamente del calcolo matematico, perché l’esperienza umana non è riducibile a questo.

Pongo una domanda provocatoria. Il termine “oikos” rimanda alla legge della casa. Ma in una casa c’è qualcuno che divide tra tutti i membri in parti uguali? Nessuno.
La bilancia è un simbolo del diritto, non della giustizia. In una casa si divide tenendo conto dell’altro e questo altro, per esempio, è un figlio malato, o un marito o una moglie che ha l’esaurimento nervoso, o l’anziano o l’handicappato che hanno problemi. Insomma, si divide tenendo conto dell’altro, non necessariamente in parti uguali. Dividere in parti uguali tra disuguali si chiama ingiustizia ed è tutto qui il dramma, a mio avviso, della razionalità umana.

Concludo, ritornando al punto di Socrate del non-sapere ed evocando un’ultima parola: la parola “sapienza”. Una parola che oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, non si sente spesso. La definizione di sapienza che dà Roland Barthes nel discorso pronunciato nel 1980 all’Accademia Francese – un discorso bellissimo che si intitola “Lezione inaugurale” – recita, cito a memoria: “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa; questo si chiama cercare. Ora è forse l’età di un’altra esperienza; quella di disimparare, di lasciare lavorare l’imprevedibile rimaneggiamento che l’oblio impone… Questa esperienza ha, credo, un nome illustre…Sapientia: nessun potere, un po’ di sapere, un po’ di saggezza, e quanto più sapore possibile”.