In questi anni si parla spesso di aumento delle diseguaglianze e i dati reali sono ben visibili. Possiamo riassumerli attraverso tre elementi:
- Ora si parla di un’oligarchia di pochi che, attraverso le tecnologie e ricchezze immense, controlla anche le scelte dei governi e lo sviluppo delle nazioni. Invano, in Italia, si riprende il pensiero olivettiano, ma nella realtà il divario è sempre crescente.
- La crescente frattura fra Paesi a economia “forte” che, pur fra molte difficoltà e segmentazioni, stanno rendendo ancora più evidente una crisi socioeconomica che colpisce gran parte dei Paesi che in passato erano indicati come “in via di sviluppo”. Queste nazioni oggi sono spesso coinvolte in processi di “caos permanente”, quasi di natura endemica, che ledono i loro fragili sistemi democratici e soprattutto frenano lo sviluppo economico, spesso a favore di oligarchie che causano una decrescita economica della loro popolazione. Questo fenomeno si collega anche ai processi migratori dal Sud verso il Nord, con una moltitudine di persone, sempre più numerosa anche per la spinta demografica, che cerca di raggiungere i Paesi economicamente avanzati, considerati una speranza di vita. Questa migrazione “biblica” genera nel mondo occidentale una forte tensione e una cronica incapacità di trovare soluzioni concrete per riequilibrare una situazione che non è solo di natura economica, ma che rischia di diventare esplosiva per il futuro dell’umanità.
- Un evidente gap educativo. Le tecnologie e i processi di innovazione, compresa l’intelligenza artificiale, stanno generando profondi cambiamenti che rischiano di essere accessibili solo a una parte della popolazione mondiale. In questo contesto è anche evidente come nei Paesi più evoluti, anche in Italia, sia sempre più evidente la frattura fra giovani, ma anche adulti, che investono in educazione e formazione continua e chi non crede in questa scelta e vive una sorta di rinuncia “educativa” che porta inesorabilmente a una emarginazione sociale. Da un lato, troviamo coloro che cercano di accedere e utilizzare al meglio le tecnologie per ampliare le opportunità di conoscenza, ad esempio con percorsi di apprendimento finalizzati a sviluppare un nuovo mindset di cultura manageriale ed economica. I cosiddetti “Tecnofans” vedono l’AI come una leva per la crescita collettiva. Dall’altro lato, si allarga la frattura che coinvolge i giovani NEET (Not in Education, Employment or Training, definiti dalla Treccani come “Indicatore atto a individuare la quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non è né occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione”), ma anche un numero crescente di adulti che non credono nel valore dell’educazione e della formazione come leve per la crescita sociale e per la costruzione di un futuro migliore.
È chiaro che i temi che ho evidenziato non hanno una risposta univoca, né penso di poterla avere io, ma chiamano in causa gli Stati e le istituzioni internazionali ed educative, ma quello che non possiamo accettare è che “Noi” che, per una certa dose di “fortuna”, siamo nati e cresciuti in Paesi democratici e di economia solida (quelli del G7, che ogni anno si confrontano a livello globale al World Economic Forum di Davos disegnando scenari ed analisi che spesso rimangono tali), abbiamo frequentato istituzioni educative (pubbliche e private) di buon livello e siamo stati capaci di inserirci in processi economico produttivi di buon livello, pensiamo di chiuderci in un concetto di “meritocrazia” di natura individualistica, che rischia di allargare le diseguaglianze anche nelle società evolute.
Al riguardo, ritengo sia stimolante riflettere sul pensiero di Michael Sandel, filosofo e professore ad Harvard dove insegna “Teoria del Governo” che, da un lato, sottolinea come gli Stati Uniti, e forse tutti gli Stati democratici, siano passati da un’economia di mercato a una società di mercato, dove la ricchezza diventa la chiave d’accesso all’istruzione, alla giustizia e all’influenza sociale e politica. Nel celebre “La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti”, Sandel ci spinge a riflettere su come troppo spesso nel valutare il successo e il merito di chi è stato in grado di raggiungere importanti risultati di natura economica e di rilevanza sociale non si consideri come sia necessario agire per uscire da un approccio meritocratico, che vede l’Io e la realizzazione individuale come unico obiettivo di vita, per passare a un concetto di meritocrazia che veda un “Noi” preponderante.
Con una forte semplificazione – non c’è qui spazio per un solido approfondimento – ritengo che il Professor Sandel e molti altri abbiano sottolineato come sia importante costruire un mindset che veda il “bene comune” come obiettivo da perseguire nella nostra quotidianità attraverso una nuova consapevolezza sul valore del successo individuale. Questo non deve essere demonizzato, ma deve essere accompagnato a una contemporanea valorizzazione di una crescita di natura sociale e più ampia.
Con una forzatura riprendo il valore centrale dell’incipit iniziale del pensiero olivettiano che, ancora oggi, rappresenta un modello reale per molti imprenditori italiani (il quarto capitalismo) che sanno coniugare risultati economici (generazione di profitto uno degli scopi dell’impresa), crescita delle persone e sviluppo sociale dei territori in cui operano (responsabilità sociale dell’impresa e dell’imprenditore).
Fra molte incertezze, ne ho una che voglio sottolineare: ritengo fondamentale che il nostro sistema educativo nei diversi livelli sia un soggetto attivo nella costruzione del “bene comune” edificando giorno per giorno le condizioni affinché sia sempre più ampia la platea dei giovani e degli adulti messi nelle condizioni di accedere alla “buona formazione” e siano così protagonisti di una nuova cultura del lavoro che sappia coniugare l’Io con il “Noi”.