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Dalle “grandi dimissioni” al boom occupazionale: evoluzione ed enigmi del mercato del lavoro in Italia

Siamo passati rapidamente dalle grida di allarme per gli elevati tassi di disoccupazione nel nostro Paese, specie giovanile, alle preoccupazioni espresse dal sistema produttivo per le difficoltà sperimentate ogni giorno nel reperire la manodopera e le figure professionali di cui c’è bisogno.

Siamo passati altrettanto velocemente dalle inquietudini generate dall’elevato numero di dimissioni volontarie contabilizzato anno dopo – riecheggiato nel fenomeno mediatico e distorcente delle “grandi dimissioni” – al picco del numero di occupati mai registrato prima d’ora o, meglio, dal 1977, cioè da quando esistono serie storiche confrontabili sulle forze di lavoro. Stiamo assistendo, in effetti, a un radicale cambio di ciclo nel mercato del lavoro, che deve essere correttamente interpretato.

Innanzitutto, negli ultimi anni le dimissioni volontarie (si parla di rapporti di lavoro, ovviamente, non di persone) sono aumentate da 1,2 milioni su base annua nel 2016 a 2,2 milioni nel 2022, con un incremento evidentemente molto cospicuo. Più in dettaglio, nel periodo prima della pandemia, le dimissioni erano state 1.723.753 nel 2019; nel periodo successivo all’emergenza sanitaria, sono state 2.200.026 nel 2022. Si evidenzia un balzo del 33,6% nel 2021 rispetto al 2020, dopo però la flessione verificatasi proprio nel 2020 (-16,2%), cioè nell’anno in cui la pandemia conosceva la sua fase più acuta, per poi tornare a un nuovo incremento nel 2022: +13,9% rispetto all’anno precedente. La flessione del numero di dimissioni volontarie registrata nel 2020 è infatti dipesa dal “congelamento” del mercato del lavoro in quell’anno (si ricordi, ad esempio, il blocco dei licenziamenti per decreto) e più in generale dall’atteggiamento di sospensione dei progetti individuali da parte di molti. Ma la flessione del 2020 è stata subito riassorbita nell’anno successivo, quando l’impatto della pandemia si era attenuato.

Tuttavia, dai dati più recenti emergono indicazioni diverse, in quanto già nel quarto trimestre del 2022 e poi nel primo trimestre del 2023 non solo la crescita delle dimissioni si è arrestata, ma si registra al contrario una riduzione del fenomeno: rispettivamente, -5,8% e -3,7% nel confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente.

Si tratta di una inversione di rotta correlata al contestuale incremento del numero di lavoratori dipendenti permanenti.

Il significato da attribuire al vistoso aumento delle dimissioni volontarie degli anni passati, dunque, deve tenere conto della rilevante componente strutturale dei contratti “non standard”. Questo trend ha rappresentato un riflesso della propensione di una componente dei lavoratori a cambiare lavoro, o tipologia del contratto di lavoro, in vista di opportunità migliorative delle proprie condizioni lavorative, piuttosto che la decisione di lasciare il lavoro tout court. Del resto, nel 2022 il tasso di ricollocazione, con riferimento ai lavoratori reimpiegati entro il terzo mese dalle dimissioni, si attestava al 66,9%: sette su dieci.

Il boom di dimissioni volontarie che si era registrato, secondo una progressione lineare, nel corso degli ultimi anni – a cominciare da un periodo antecedente alla pandemia e poi sospeso temporaneamente nell’emergenza sanitaria del 2020 (una flessione pienamente riassorbita nell’anno successivo) –, al momento sta subendo una battuta d’arresto. I dati indicano inequivocabilmente l’affievolirsi della tendenza delle dimissioni volontarie, ovvero della base quantitativa della teoria della “fuga dal lavoro” determinata dalla presunta frattura esistenziale provocata dall’impatto del Covid e veicolata mediaticamente con l’espressione “Great resignation”.

La fase espansiva dell’occupazione, avviata già nel 2021, si è consolidata nel primo semestre di quest’anno. Nel 2022 gli occupati sono aumentati del 2,4% rispetto all’anno precedente e nei primi sei mesi del 2023 la crescita è stata del 2,0%. Sono 23.449.000 gli occupati al primo semestre: il dato più elevato di sempre. Un record trainato proprio dal lavoro dipendente a tempo indeterminato: +3,3% a fronte di una diminuzione (-3,0%) degli occupati a tempo determinato.

È questa la grande novità. Effetto della radicale transizione demografica che il Paese sta vivendo. A causa del processo di denatalità che abbiamo alle spalle, si è ridotto significativamente il bacino di giovani potenzialmente occupabili: il sistema produttivo lo ha capito e tende a trattenere le proprie risorse umane con contratti stabili. In definitiva, nelle dinamiche tra domanda e offerta di lavoro, è aumentato il potere contrattuale dei giovani.

Tuttavia, permangono i nodi strutturali del nostro mercato del lavoro. Non si dimentichi che l’Italia rimane comunque all’ultimo posto nell’Unione europea per tasso di occupazione: il 60,1%, aumentato di 2 punti percentuali tra il 2020 e il 2022, ma ancora al di sotto del dato medio europeo (69,8%) di quasi 10 punti. Se nel nostro Paese si raggiungesse il dato medio europeo, avremmo circa 3,6 milioni di occupati in più.

Ma soprattutto bisogna segnalare che quest’anno l’occupazione nel nostro Paese è aumentata in maniera più che proporzionale rispetto alla crescita dell’economia (il Pil ha segnato una variazione congiunturale pari a -0,4% nel secondo trimestre del 2023 e appena un +0,1% nel terzo trimestre). Il che deve portarci a interrogarci sulla capacità del nostro sistema produttivo di generare valore e di ridistribuire la ricchezza creata.

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