Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Neurofisiologia del piacere di far parte

Potremmo cercare una chiave di lettura comune ai due temi attorno a cui si centra questo numero della rivista: i giovani che lasciano le aziende (quiet quitting) e le pmi italiane che hanno mostrato tutto il proprio valore in questo ultimo anno, incidendo positivamente sulla ripresa economica del Paese. Possono essere due facce di una stessa medaglia, se cerchiamo nel concetto di motivazione una risposta alla semplice domanda: cosa allontana chi se ne va e cosa trattiene chi rimane (e magari si impegna strenuamente in azienda, insieme agli imprenditori, per sconfiggere il drago e battere le crisi)?

Questa volta, però, avviciniamo il tema della motivazione da un punto di vista neurofisiologico, perché, con questa prospettiva, alcuni fenomeni potrebbero diventare più semplici da spiegare. Biologicamente, siamo fatti così: ci avviciniamo a ciò che ci dà piacere o ci promette piacere e ci allontaniamo e rifuggiamo ciò che ci dà dolore o potrebbe rappresentare una minaccia. È abbastanza semplice: così come siamo in grado di sostenere enormi sacrifici per un obiettivo, un sogno o per quello che ci rappresentiamo – talvolta anche in modo illusorio – come effetto positivo di quello che otterremo, allo stesso tempo scappiamo velocemente o ci sottraiamo silenziosamente da quello che ci provoca dolore o ci minaccia. Il conflitto, tra le istanze di queste due opposte spinte, può invece creare un vortice depressivo, un blocco o un’alienazione.

Il network cerebrale che si occupa di mantenerci in movimento e motivati è il reward system. Questo coinvolge sia una parte del cervello emotivo, sia quella porzione di corteccia che ci garantisce le funzioni di ordine superiore (per esempio, pensare, risolvere problemi, decidere). Pertanto, quello che viviamo e la previsione di quello che otterremo condizionano fortemente scelte e azioni. La dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto in questo processo, è la benzina del motore, il carburante che quando circola nel cervello si trasforma in energia propulsiva.

Da cosa è alimentato, biologicamente parlando, questo meccanismo? Quali sono gli stimoli (i trigger) che universalmente ci forniscono piacere e quali invece il suo contrario? Esaminando questi trigger universali, è possibile capire perché molti giovani e molti lavoratori se ne stanno andando dalle aziende? Scappano? Se ne vanno a gambe levate? Non sembra, anzi se ne vanno lentamente e in modo silenzioso, come se non se ne andassero da nulla o se ne andassero dal nulla. Lasciano un luogo su cui probabilmente non hanno investito o hanno disinvestito velocemente, dove non hanno intravisto alcuna forma di possibile reward, una promessa di gratificazione o la speranza di realizzare qualcosa di importante o significativo per sé. Non hanno creato un legame significativo e vanno altrove, si muovono verso un altrove che è una speranza di qualcosa di diverso.

Nelle ricerche neuroscientifiche di questi ultimi, è stato ampiamente indagato il tema del valore dei social reward, cioè delle ricompense derivanti dall’interazione sociale in sé, ed è stato verificato l’effetto altamente motivante del senso di appartenenza, del riconoscersi nel gruppo, del sentirsi visti e appezzati, in altre parole connessi con il contesto sociale. La connessione sociale ha, per il nostro cervello, lo stesso effetto positivo del mangiare un pezzo di cioccolato o del bere quando si ha sete: il senso di inclusione attiva dopamina mentre, al contrario, l’estraneità e il senso di esclusione o non appartenenza attivano invece il pain network, cioè lo stesso network coinvolto nel dolore, che in questo caso è dolore sociale.

Partendo da queste considerazioni, possiamo cercare una chiave di lettura rispetto alla difficoltà che le aziende incontrano nel trattenere le giovani generazioni e, specularmente, cercare di comprendere le ragioni del successo di quegli imprenditori che, con il proprio stile di leadership, hanno favorito la reattività delle proprie aziende e delle proprie persone, portandole a rispondere alle situazioni come un corpo unico. Un po’ come gli stormi di uccelli, che all’unisono e sintonizzati, con repentini cambi di direzione, disegnano figure in cielo, diverse, rispondendo velocemente alle correnti d’aria e ad altre variabili.

Il nostro cervello ha questa caratteristica: siamo cablati per essere sociali e per restare connessi, anzi, siamo sempre connessi, come degli smartphone, sul contesto sociale che ci circonda. Ci muoviamo sintonizzati come uno stormo quando desideriamo far parte di un contesto e restare connessi con quei simili che ci circondano. Ma possiamo anche velocemente decidere di non collegarci o eliminare la sintonizzazione spegnendo anche gradualmente le antenne.

Forse la capacità di queste imprese o degli imprenditori, in questo ultimo anno, è stata quella di saper creare contesti a cui le persone si sono connesse, all’interno dei quali hanno sentito di far parte di qualcosa di vivo che si muoveva intorno a uno scopo comprensibile, dentro una comunità che ha garantito qualche forma di social reward, un’appartenenza, un’identità condivisa. Un contesto con un nome e con una storia che possono aver fatto vivere l’orgoglio di esserne una parte importante, utile e inclusa, per raggiungere risultati straordinari.