Economie del futuro

Italia, un Paese alla ricerca di un’energia nuova. Intervista a Paolo Magri

Sistema energetico e transizione ecologica, una sfida che ci troviamo ad affrontare in uno scenario geopolitico complesso e segnato da grande incertezza. Elio Borgonovi ha approfondito questo tema di stringente attualità con Paolo Magri, Vice Presidente Esecutivo e Direttore dell’ISPI


Avevamo chiesto al Paolo Magri, Vice Presidente Esecutivo e Direttore dell’ISPI, nonché socio APAFORM, un’intervista sul tema dell’energia e della transizione ecologica che è stata effettuata lo scorso 21 febbraio. Abbiamo deciso di pubblicarla nella sua stesura precedente all’invasione dell’Ucraina che ha cambiato radicalmente le prospettive geopolitiche mondiali per dimostrare la complessità e l’incertezza cui si trovano di fronte non solo i leader politici ma anche gli imprenditori e i manager. Poiché una delle caratteristiche dei leader in tutti i campi è il pensiero prospettico, ogni lettore può cimentarsi con l’immaginazione sul futuro dell’economia e della società nell’epoca che nel prossimo futuro sembra caratterizzarsi come de-globalizzazione.

È ormai chiaro che il tema delle risorse energetiche condiziona fortemente le politiche nazionali e la competitività del Sistema Paese e delle imprese. L’Italia è sicuramente in una posizione di debolezza. Come pensa si possa affrontare?

In effetti è una situazione paradossale. In teoria, l’Italia avrebbe potuto mettersi alla testa della transizione energetica in Europa: basti considerare che già nel 2016 avevamo raggiunto gli obiettivi sulle rinnovabili che ci eravamo dati per il 2020! Poi però abbiamo rallentato – ricordo bene le polemiche sui sussidi, secondo alcuni troppo generosi – e non siamo più riusciti a intestarci la leadership tecnologica quantomeno a livello europeo.
Così oggi ci ritroviamo in mezzo al guado, un po’ come la Germania. Con un sistema energetico molto “rinnovabile”, ma ancora molto dipendente dal gas: non esattamente la condizione ideale in un momento di forti tensioni con Mosca. E un sistema che, a prescindere dalla geopolitica, ci costringe a fare i conti con costi dell’elettricità tra i più alti d’Europa (nel 2021 eravamo sesti su 27).

L’osservatorio ISPI è particolarmente qualificato nel comprendere le modificazioni degli equilibri geopolitici. Quali considerazioni può fare riguardo al ruolo dell’Europa e dell’Italia a livello continentale?

Non si può dire che in questi ultimi anni l’Europa non stia giocando un ruolo fondamentale nella transizione energetica. Siamo l’unica regione al mondo con un piano realistico per arrivare a emissioni “net zero” entro il 2050, cosa non da poco. Ma per farlo abbiamo escogitato anche qualche “trucchetto” deleterio, in particolar modo per il nostro sistema industriale.
Penso al problema del carbon leakage. Se alzo le tasse a un’industria energivora possono succedere due cose: la prima è che i prezzi salgano e dunque i beni ad alta intensità di energia in Europa vengano consumati meno (che era il nostro obiettivo). Ma la seconda è che semplicemente l’industria delocalizzi in una regione del mondo che non adotta i nostri stessi standard, per poi esportare in Europa aggirando i costi delle emissioni. Il risultato è controproducente: meno competitività in UE ma emissioni globali praticamente invariate.

Uno dei pilastri del PNRR è la transizione ecologica, l’economia sostenibile. Si tratta di una transizione che comunque richiede tempi non brevissimi. Come può essere gestita questa fase di passaggio? Quale può essere il ruolo di imprenditori e manager di “nuova generazione”?

Siamo in una fase certamente delicata. Ben prima che gli effetti della crisi russa cominciassero a farsi sentire, già a metà 2021 i prezzi dell’energia erano in netto aumento, tanto che COP27 ha rischiato di essere oscurata dalle prospettive degli aumenti in bolletta in gran parte dei Paesi europei (e che in alcuni frangenti hanno anche scatenato le prime proteste).
Oggi i governi hanno due imperativi: parlare chiaro ai propri cittadini, spiegando che la transizione ha un costo, e allo stesso tempo mettere in campo misure per ridurre la “povertà energetica” di chi già oggi non può permettersi un inverno al caldo.
Lo stesso dovrebbero fare imprenditori e manager di nuova generazione. Assecondando la transizione grazie a una maggiore attenzione verso gli obiettivi di sostenibilità (ESG). E continuando le giuste pressioni sulla politica, che oggi sembra stiano finalmente portando verso l’introduzione di una tassa sull’anidride carbonica alle frontiere Ue (il carbon border adjustment mechanism).

Molti sostengono che oggi vi sia una grande carenza di leader politici e nel mondo imprenditoriale. Condivide questa considerazione e quali sono le cause a suo parere?

Più che a una mancanza di leadership, penso più a una mancanza di visione. Mi sembra che stia diminuendo la capacità di fare governo e impresa, intesa come il coraggio di assumersi un rischio in cambio di un possibile ritorno futuro. Ci muoviamo con eccessiva cautela, quando la concorrenza globale (geopolitica e geoeconomica) richiederebbe decisioni sempre più rapide. D’altronde non mi sembra un problema solo italiano, ma europeo. Le cause? Siamo il Vecchio continente, non più solo di nome ma ormai anche di fatto. E i governi sono sempre più deboli anche perché la crisi dei partiti ha fatto aumentare la frammentazione. Ma mi preme ancor più sottolinearne le conseguenze. Negli Usa, patria della Silicon Valley, l’economia oggi è del 22% più grande di quanto fosse nel 2007, l’anno prima della Grande recessione. Nell’Eurozona, l’aumento è stato solo del 7%. Qualcosa si è inceppato.

 

IL PERSONAGGIO

Paolo Magri è Vice Presidente Esecutivo e Direttore dell’ISPI e docente di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi. È Membro del Comitato Strategico del ministro degli Affari Esteri; membro dello Europe Policy Group del World Economic Forum (Davos); membro dell’Advisory Board di Assolombarda; membro del Comitato Scientifico del Real Instituto Elcano e del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Italia-Cina.  Giornalista pubblicista, è regolarmente ospite in qualità di commentatore presso reti televisive e radiofoniche su scenari globali, politica estera americana, Medio Oriente e terrorismo. Precedentemente è stato funzionario presso il Segretariato delle Nazioni Unite a New York e, fino al 2005, Direttore delle Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano.