Il coraggio dell'utopia

Nuove prospettive per un lavoro davvero “smart”

Nel II trimestre 2019, l’Italia presentava un tasso di adozione del lavoro da remoto tra i lavoratori di età compresa tra i 20 e i 64 anni pari al 4,6%, di poco inferiore alla media del 5,5% dei lavoratori dei Paesi EU. Nel II trimestre 2020, questa quota ha raggiunto il 19,4%, superando il 12,4% della media EU. Le aziende coinvolte hanno raggiunto il 21,3% tra marzo e maggio 2020. Questo incremento è stato particolarmente accentuato nelle aree urbane.

Il dibattito è ora concentrato sulla fattibilità del lavoro da remoto anche una volta superata l’emergenza pandemica. Si stima che in Italia possa interessare 8,2 milioni di persone, pari al 35,7% degli occupati; anche escludendo le professioni per cui il lavoro da remoto è possibile ma non preferibile, potrebbe comunque riguardare 7 milioni di persone (Rapporto Istat 2020). Una prospettiva che risponde alle aspettative di molti lavoratori e che sta incontrando l’interesse delle aziende, soprattutto di grandi dimensioni e nel settore dei servizi.

Nel discutere questa prospettiva può essere utile proporre qualche riflessione generale.

Innanzitutto, la pandemia ha determinato una evidente accelerazione nell’adozione del lavoro da remoto ma l’esperienza emergenziale non può essere proiettata in modo lineare nel futuro. Per esempio: il lavoro da remoto da anni viene proposto come soluzione organizzativa ai problemi di conciliazione, con particolare attenzione al lavoro femminile. Durante il lockdown, i genitori hanno dovuto lavorare dallo stesso luogo in cui si trovavano i loro figli impegnati nella didattica a distanza. È evidente che questo ha avuto implicazioni negative proprio in termini di conciliazione e che ogni valutazione di questa esperienza debba essere contestualizzata ai fini di prendere decisioni per il futuro. Lo stesso può dirsi per giovani che, durante il lockdown, hanno incontrato difficoltà nei processi di socializzazione professionale ma che per il futuro si dichiarano interessati a forme ibride di organizzazione dei tempi e degli spazi di lavoro.

Se il lavoro ai tempi della pandemia è stato da casa e full time, per il futuro i lavoratori auspicano un lavoro agile, con un passaggio da uno scenario di lavoro a domicilio a uno di lavoro di prossimità. Questo dipende in larga misura dalla disponibilità di luoghi terzi di lavoro, come gli spazi di coworking, che permettano di disporre di luoghi dedicati al lavoro e alle relazioni professionali direttamente nelle aree residenziali, riducendo così i tempi di trasferta e i relativi costi a livello individuale e sociale. Questa prospettiva è coerente con gli scenari di “città dei 15 minuti” o “città delle prossimità” che stanno incontrando ampio consenso nella prefigurazione di futuri desiderabili per le nostre aree urbane. Al tempo stesso, l’attenzione ai luoghi e al loro radicamento relazionale consente di superare letture dicotomiche e polarizzanti, come quelle che prefigurano lo svuotamento delle città, sottovalutando la forza delle dinamiche di aggregazione, o proiezioni troppo ingenue rispetto al ripopolamento delle aree interne. La riorganizzazione di tempi e spazi di lavoro può sicuramente favorire nuove forme di sviluppo territoriale, ma richiede una progettualità intenzionale basata su nuovi beni collettivi locali e sulla complementarità tra aree territoriali. Da questo punto di vista, la preferenza espressa dalla maggior parte dei lavoratori per forme di lavoro ibrido a breve distanza non è necessariamente incompatibile con la diffusione di forme di lavoro a lunga distanza sostenute da associazioni come South Working, che promuovono “presidi di comunità” per lavoratori del Sud Italia dipendenti da aziende che operano in altri territori.

Infine, nel dibattito sul lavoro agile non può mancare una riflessione sul lavoro che resta immobile. In un mercato del lavoro già fortemente polarizzato, il rischio è che si vada a introdurre un ulteriore elemento di cesura tra lavoratori che possono lavorare da remoto e quelli che non ne hanno la possibilità, anche all’interno della stessa azienda. Anche per questo, è importante una progettazione integrata e attenta alle interdipendenze, in grado di valutare l’impatto di queste nuove forme di organizzazione del lavoro ed – eventualmente – redistribuire i vantaggi del lavoro da remoto anche tra chi non ne può usufruire direttamente.