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Che impresa raccontare il ruolo sociale dell’impresa!

A ben guardare, il ruolo sociale dell’impresa è pura tautologia. Infatti, non vi è azienda che non sia esperienza sociale. Tuttavia, la cosa più scontata al mondo non è affatto ovvia. Agli occhi della gente comune un’impresa rimanda solo all’idea di proprietà privata. In realtà, è risaputo che esistono molteplici forme di aziende: quella societaria e quella privata, quella profit e quella no profit, quella cooperativa e quella multinazionale, quella artigiana e quella agricola… Una visione distorta, figlia dell’ideologia, ha finito per far coincidere l’azione economica con la massimizzazione del profitto.

Come far passare l’idea che l’impresa è molto di più? È prima di tutto una comunità di persone. Ricordo di aver incontrato imprenditori lungimiranti rattristati per una crisi produttiva che metteva a rischio il posto di lavoro di qualche dipendente. Un vero imprenditore conosce i suoi operai anche nella loro vita ordinaria, ascolta le difficoltà familiari e mette ciascuno nella condizione di non sentirsi oggetto di sfruttamento, ma parte integrante delle fortune dell’azienda.

Che impresa raccontare un’impresa! Alla base c’è un’idea originaria che, rispondendo alla domanda del mercato, motiva la produzione e il lavoro. La passione di qualcuno raduna una comunità di persone perché il progetto si realizzi. Così, all’idea partecipano molte persone con ruoli e competenze differenti. Vi è una responsabilità condivisa che coinvolge gli investitori, il Consiglio di Amministrazione, fino all’ultimo dei dipendenti. Si avverte sempre più l’importanza della partecipazione dei lavoratori alla crescita dell’impresa. E la loro formazione permanente consente di avere a che fare non con gente obbediente e dedita alla causa senza pensiero, ma con persone le cui competenze fanno crescere il benessere dell’ambiente lavorativo e la produzione stessa. Senza un’alleanza che abbia la medesima direzione, l’impresa non decolla. Molti imprenditori hanno capito che la gioia dei lavoratori è sentirsi parte di un progetto. Il lavoro è in salute quando si sostiene su comunità di persone libere e solidali, desiderose di contribuire a costruire un luogo generativo.

Il progetto cammina, dunque, sulla corresponsabilità di molta gente, ma non finisce qui il lato sociale dell’impresa. C’è un legame con il territorio che la comunità civile vive. Esso oltrepassa il semplice coinvolgimento dei lavoratori. I benefici di un’attività economica possono avere ricadute positive sul territorio. Il vero imprenditore, infatti, non è uno speculatore: accanto al desiderio di migliorare il fatturato annuo guarda anche al bene comune e vi garantisce il proprio contributo. Egli vive in quell’ambiente e lo coltiva con il proprio talento. L’impresa diventa così soggetto sociale in quanto motore di sviluppo economico e civile. Quante volte capita di riscontrare che la sostenibilità dell’azienda trovi un benefico riscontro sulla qualità dell’azione politica, sulle attività culturali, sulla bellezza artistica e ambientale generata in una città. Al contrario, lo speculatore spreme la ditta per accrescere il profitto, trascurando la cura per l’ambiente e la giustizia sociale. La miopia di un simile atteggiamento spegne ogni possibilità di futuro. Un esempio di insostenibilità è il greenwashing, una pura operazione di marketing con l’intento di creare un’immagine “verde” anche quando ciò non è vero o non può essere verificato.

Nel messaggio alla 109a Conferenza Internazionale del lavoro, Papa Francesco rifletteva: «Ricordo agli imprenditori la loro vera vocazione: produrre ricchezza al servizio di tutti. (…) Tuttavia, in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate». Il ruolo sociale dell’impresa si vede già nella capacità di far uscire dalla miseria. Essa genera solidarietà attraverso il lavoro, prima ancora che con il sussidio o con opere assistenziali. Alla faccia dei grandi filantropi mondiali, intenti a mostrarsi benefattori con la loro Fondazione intitolata a sé medesimi.

Vi è un abisso tra l’imprenditore e lo speculatore, tra l’impresa e la speculazione. Dovremmo evitare di mettere tutto sotto lo stesso ombrello. Ogni impresa appare come pura benedizione. E si vede!