Rivoluzione digitale e dintorni

Pane, impresa e ottimismo

Open learning

Il primo importante progetto che ho curato come imprenditore della consulenza, nel 1996, è stata una ricerca per conto della Regione Emilia-Romagna sugli imprenditori emiliano-romagnoli di successo. Lo staff di ricerca incontrò complessivamente 128 soggetti (ed io personalmente 55). Ne uscii con un quadro economicamente molto articolato, ma personalmente ne ricavai un’impressione fondamentale: lo stupore per la generatività e il talento che un essere umano, in certe condizioni, può esprimere producendo valore per sé e la propria comunità. La conversazione di alcuni giorni fa con Miriam Cresta (nella foto), CEO di Junior Achievement Italia, mi ha fatto vedere un altro vertice dell’imprenditorialità e di questo vorrei parlare oggi.

Junior Achievement è la più grande associazione non profit del mondo che prepara i giovani all’imprenditorialità e al loro futuro lavorativo, attraverso metodi e programmi didattici pratici ed esperienziali. I numeri sono molto significativi poiché solo in Italia nell’anno scolastico 2020/21 ha convolto quasi 130.000 studenti dai 6 ai 19 anni (nel mondo 10 milioni di studenti, in 12 Paesi, supportati da 465.000 volontari). Come funziona? JA Italia propone diversi programmi formativi alle scuole nella prospettiva dei Percorsi obbligatori per le Competenze Trasversali e l’Orientamento (ex Alternanza Scuola Lavoro). Se la lettrice/lettore ha figli in età scolare sa molto bene che la didattica oggi non è solo quella tradizionale con gli insegnanti, ma vi sono altre attività fuori dalla scuola, in cui maturare esperienze utili a comprendere meglio il mondo del lavoro. L’Unione Europea ritiene che «l’imprenditorialità e le competenze associate sono fattori chiave di sostenibilità necessari per risolvere elementi strutturali della crisi economica quali la disoccupazione giovanile e lo skill gap» (Consolini M., 2015, p.4,)[1], dunque JA offre alle scuole la possibilità di coinvolgere i giovani in programmi di diverse estensioni, che hanno il tratto comune di allevare quelle competenze trasversali che alimentano l’imprenditorialità.

In particolare, il progetto più articolato, che si chiama “Imprese in azione”, prevede il coinvolgimento di un terzetto di interlocutori: il giovane che sta frequentando dalla terza alla quinta superiore, la scuola che attraverso un insegnante dedicato supporta il progetto imprenditoriale, l’azienda che attraverso un dipendente svolge la funzione di coach di un gruppo di aspiranti imprenditori che appartengono alla stessa classe. «Le imprese che sostengono il progetto dieci anni fa si avvicinavano per employer branding, ma ora le aziende hanno capito un’altra cosa: investendo sui giovani, sugli insegnanti e sostenendo i propri dipendenti come coach dei progetti di innovazione, sviluppano la comunità. Abbiamo calcolato che per ogni euro investito da un’impresa si trasferiscono 4 euro alla comunità locale», dice Cresta illustrando il valore sociale di questi progetti educativi. Questo, dunque, ci fa cogliere una dimensione bottom up dell’investimento imprenditoriale. Il talento imprenditoriale non solo distribuisce valore (top down) attraverso la creazione di lavoro e ricchezza, ma crea valore dal basso attraverso l’educazione, la cultura, la creazione di opportunità. Per i giovani la prospettiva in cui ci muoviamo è quella dell’aumento dell’impiegabilità, dell’autonomia, della spinta a essere propositivi nella ricerca di nuove opportunità e nel coinvolgimento di altri nella propria progettualità. Se la Z-generation cambierà molte volte lavoro, questa educazione imprenditoriale li renderà più attivi e più propositivi.

Ma come sono i giovani oggi? «Vent’anni fa la loro comunità era l’Europa, ora è il mondo», risponde Cresta. «Poche ore dopo l’omicidio di Floyd i loro stati di WhatsApp avevano lo sfondo nero. Non conoscono i politici o gli industriali italiani, ma tutti conoscono Elon Musk o Steve Jobs, e sono attratti dalla capacità di cambiare le regole. Ancora più interessante è il dress code. Una volta scimmiottavano gli adulti indossando giacca e cravatta nei contesti di competizione creati da JA Italia a fine anno, ma ora non è più così, indossano la felpa anche se hanno un incontro in Borsa Italiana. Come per i fratelli maggiori, però, i loro progetti hanno un impatto sulla comunità locale. Sono espressione di cittadinanza attiva, attraverso soluzioni, magari tecnologiche che risolvono problemi della comunità a cui appartengono».
Come è cambiata l’esperienza nella Pandemia? «Come per la didattica scolastica, si è fatto un ampio uso di piattaforme. La didattica online è stata estesa anche agli insegnanti che sono stati anch’essi formati a seguire i processi imprenditoriali, ma anche a rispondere alle richieste di giovani che stanno sviluppando un mindset del tutto nuovo. Non è infrequente che alle 8 di sera lo studente scriva al suo tutor per aver risposte sul progetto imprenditoriale. Una cosa che accade molto difficilmente con le materie scolastiche», spiega la CEO di Junior Achievement Italia.

In sintesi, che valore danno in più i progetti imprenditoriali? «I giovani che fanno queste esperienze sono più ottimisti se confrontati con i loro coetanei che non le hanno fatte», conclude. L’ottimismo è la più importante delle qualità di cui abbiamo bisogno nel futuro che ci attende.


[1] IPSOS, Educazione Imprenditoriale: impatto ed effetti di una scuola che innova, https://www.jaitalia.org/pubblicazioni/

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