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Com’è l’acqua?

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Mentre preparavo l’intervista sul tema della Rete, con quello che penso sia uno dei massimi esperti italiani sull’argomento, mi è venuto in mente l’episodio “Caduta libera” della serie distopica Black Mirror. La protagonista, ossessionata dal social networking, aspira a un’ascesa sociale, attraverso il connettersi con persone che hanno un network migliore del suo. Il finale è tragico, come è ovvio. Il nostro distacco da queste ossessioni è solo apparente, perché ci rendiamo conto che, almeno in parte, siamo come lei: scrutiamo il numero dei follower e ci chiediamo come aumentare la nostra notorietà.

Portando con me il dilemma irrisolto tra quantità e qualità delle relazioni in Rete ho incontrato Andrea Attanà. Andrea è Official Public speaker e Sales Manager di LinkedIn dal 2014. È anche un autore di successo. È un blogger (“Buone notizie”) e sta uscendo il suo volume “Link”. Con il suo lavoro, è in contatto con le più grandi aziende italiane a cui propone i servizi di LinkedIn, ma, soprattutto, la filosofia di un’azienda la cui mission è “garantire un’opportunità ad ogni professionista del mondo”.

«La Rete è l’esito di un modello evolutivo», dice Attanà. La frammentazione e moltiplicazione dei contenitori sociali, hanno dato sempre di più al soggetto la responsabilità di generare senso. Ma è anche una crisi dell’idea novecentesca di “produttività come un debito”. L’essere soggetti non significa solo essere (in)dividui. Non siamo in debito di performance, efficacia, risultati. Siamo in una comunità che può riconoscerci e sostenere il nostro percorso. «Io credo che poche domande fatte a persone giuste facilitino la vita», afferma Attanà.

Andrea mi ha commosso quando ha fatto l’esempio del funerale come momento estremo in cui misuriamo il nostro capitale sociale. La misura più autentica di ciò che rappresentiamo per gli altri nel momento in cui non possiamo più esserci.

Il nostro capitale sociale è dato dalle “Risorse attraverso cui si ha accesso mediante le reti sociali” (Lin, 2001) ed è questo il punto fondamentale. Non è mai misurato dal numero di contatti che si posseggono. Si tratta di avere delle relazioni che vanno coltivate, che sono disponibili ad attivarsi se abbiamo delle necessità. Oppure, per le quali siamo noi stessi ad attivarci, se sono loro ad avere bisogno. «Più che di mille contatti, avremmo bisogno di 40 cene fatte bene», sottolinea Attanà.

Allora, come in passato, la Rete non ci ha cambiato, ho pensato. «È come per uno scrittore conoscere tante parole: non significa che sarà in grado di costruire un racconto memorabile. Anche poche parole bastano per costruire un capolavoro», aggiunge. Come questo racconto di Hemingway, ad esempio, in cui 6 parole sanno scavare dentro di noi.

“For sale: baby shoes, never worn”

La tecnologia consente di moltiplicare le possibilità, accedere a informazioni che altrimenti sarebbero inaccessibili. Ma, dopo, ciò che conta è la capacità di coinvolgere in un racconto.

Si corrono anche dei rischi? «Certo siamo nell’età del “Capitalismo della sorveglianza” (Zuboff, 2019) e del “Social dilemma” (Orlowski, 2020). Avvengono a volte cose inquietanti ed è necessario prestare la massima attenzione alla nostra privacy. Quindi, faccio il tifo per il lavoro dell’Unione Europa per tutelare la privacy dei cittadini», sostiene Attanà.

«Cosa ho imparato in LinkedIn? Che con un sogno così, potevamo fare qualunque cosa», prosegue. All’inizio, ci racconta, sembrava di vivere in un laboratorio con potenzialità enormi. Infatti, oggi LinkedIn ha circa 700 milioni di utenti nel mondo e 14 milioni in Italia. «Lì ho visto il lavoro del futuro. Lo capisco solo ora. Quando ho portato la mia bicicletta in ufficio, parcheggiata di fianco alla mia scrivania, sembrava una cosa strana», dice. Poi anche altri hanno cominciato a fare lo stesso. Qualcuno ha portato la chitarra, qualcuno una bottiglia di vino. Il luogo di lavoro è diventato un luogo interiore, da modificare, mentre cambiava l’azienda. Chi scrive, nella recente giornata APAFORM “Formazione dinamica per un’organizzazione dinamica”, nel suo speech sull’Intelligenza collettiva ha indicato nella stigmergia un fenomeno rivelatore di una Rete Intelligente. Le termiti trasformano il mondo costruendo i termitai attraverso processi comunicativi. Infatti, la pallina di argilla prodotta da una termite “ispira” un’altra termite a costruirne una simile. Forse anche noi, nel nuovo lavoro smart, faremo il nostro lavoro modificando il mondo circostante. In ufficio, ma anche a casa. (Non vi siete accorti che state cambiando le vostre case per poterle mostrare in video conferenza?).

Ma te ne stai andando da LinkedIn, vero? «È un tempo nuovo anche per me, sono entrato in una startup talentuosa», mi risponde Attanà. «Le persone oggi vogliono essere soddisfatte di quello che fanno. Bisogna coinvolgere le persone, comunicando come fare meglio quello che si fa, usando la tecnologia. La Rete è coinvolgimento e soddisfazione».

Andrea, un’ultima cosa. Perché mi hai chiesto com’è l’acqua?

«Sapevo che avremmo parlato di Rete mi è venuta in mente la vecchia storiella di Foster Wallace: ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”».

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