Il coraggio dell'utopia

Il management verso il XXI secolo

LeaderWorld

Nel numero di ottobre di  formaFuturi la rubrica LeaderWorld, coordinata da Marco Vergeat, ospita l’intervento di Sandro Catani


Internet, Big Data e Intelligenza Artificiale stanno cambiando i modi di produrre, il funzionamento del mercato, la proprietà delle informazioni personali sugli individui. Mentre nuovi movimenti sollecitano la tutela dell’ambiente e il rispetto delle diversità, la diseguaglianza crescente appare ormai intollerabile e foriera di tensioni sociali e politiche. Mutamenti che creano per l’impresa rischi, talvolta drammatici per la sopravvivenza, e lo spazio per assumere un ruolo “politico” nel nuovo contesto di poteri pubblici deboli. Né va trascurata l’uscita di scena dei baby boomer, l’ingresso della generazione Y e sullo sfondo degli Z, con la loro richiesta di un lavoro dotato di maggiore significato sociale.

Questi fattori stanno plasmando un nuovo capitalismo, promosso da una potente coalizione autoriformatrice. Ne sono veicoli “la Lettera”, ormai un cult, con l’invito al successo sostenibile a lungo termine di Larry Fink, CEO di Black Rock, lo Statement sul Purpose della Business Roundtable, le prese di posizione di “influencer” del peso di Bill Gates, l’agenda di Davos 2021 del World Economic Forum. Posizioni riassunte nel manifesto “Capitalism: Time for a reset”, lanciato dal Financial Times, la vestale del capitalismo. Riemerge il cosiddetto shareholderism, in contrasto al modello dello shareholder value, che prevale da più di 40 anni. Il profitto è solo uno degli outcome dell’impresa e gli azionisti solo uno dei portatori di interesse, accanto ai collaboratori, ai clienti, ai fornitori, alla comunità in cui vive l’azienda.

Colpisce che gli effetti dei cambiamenti in corso sul ruolo e sulle competenze del management siano poco analizzati e sottostimati dagli studiosi e dai practitioner. Al contrario, il suo re-skilling e un diverso mindset appaiono condizioni sine qua non per la realizzazione del nuovo paradigma. L’azienda attuale fa perno su un dirigente ottimizzatore che apre o chiude stabilimenti o una filiale in un Paese perché il bilancio e gli interessi dell’azionista lo richiedono. Una concezione che legittima gli atti del manager sotto il profilo etico. Perché il dirigente oggi non discute i fini dell’impresa, ne disegna solo i modi e organizza i mezzi per raggiungere gli obiettivi dell’azionista di cui è un mero agente. Mentre il sistema di corporate governance e la remunerazione forniscono le leve per allineare il suo comportamento con gli interessi degli azionisti.

Al contrario l’impresa emergente chiede al management di interpretare il ruolo differente di steward degli interessi compositi degli stakeholder. Il dirigente ritorna alle origini del suo nome, dal latino dirigere, andare in senso retto, diritto. Un’etimologia che racconta degli antichi re delle tribù latine che tracciavano i confini della città in modo diritto, perché più difendibili. L’etica ritorna in scena accanto all’economia. “Greed is dead” recita il titolo del libro di Paul Collier e John Kay, due noti economisti inglesi. La risposta allo slogan del capitalismo individualistico e rampante della Corporate America impersonato da Gordon Gekko, “Greed is Good”, l’avidità muove il mondo e produce ricchezza.

Ma a mettere in crisi i modelli manageriali consolidati, razionali e basati su una pretesa di controllo dell’ambiente esterno ed interno sono anche la complessità e la mutevolezza in cui le aziende operano, condizioni mai sperimentate con tale intensità. Il Covid-19 ha mostrato in misura drammatica e impietosa la debolezza delle capacità di previsione e di gestione di un’epidemia globale. Così come appare visibile nei  disastrosi incendi nella ricca California, la terra della Deep Technology. Si è aperta la domanda di un management più adatto a imprese immateriali, capace di guidare popolazioni diverse: collaboratori a full-time, non dipendenti, robot. E attento al rapporto con le comunità in cui opera. Un dirigente che dovrà vivere i cambiamenti del quadro normativo e il loro impatto sui sistemi di pianificazione e bilancio economico.

Infatti, le aziende stanno già adottando nuove metriche di performance accanto a quelle economiche tradizionali, anche per effetto di leggi quali la DNF, la Dichiarazione non Finanziaria del 2017. Sono le metriche sintetizzate dall’acronimo ESG: la percentuale di decarbonizzazione, il consumo di energia, la salute e la sicurezza, il capitale umano, la diversità e l’inclusione, l’etica della governance… Metriche che modificheranno la score card dei sistemi di reward a partire da quello rivolto all’alta direzione.

Una rivoluzione dell’impresa che solleva consensi accanto a dubbi e a critiche e non accadrà in pochi mesi. Deve temere forme già visibili di green washing e retoriche esortazioni. Di fronte a noi abbiamo la speranza, forse un’utopia, di un diverso modello capitalistico, rispettoso dei diritti umani, che offra una meritocrazia accompagnata da reali opportunità per tutti, rispettando l’armonia del pianeta.

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