Economie del futuro

Un’alleanza per i cittadini

Il nostro Paese, forse più di altri, ha conosciuto atteggiamenti ondivaghi in merito al ruolo del pubblico  in economia. Alla grande stagione dell’IRI e dello sviluppo dell’impresa pubblica è seguito il periodo delle privatizzazioni a livello nazionale e dell’outsourcing dei servizi a livello locale, per ritornare ai giorni nostri a una visione tesa a rivalutare il ruolo della gestione pubblica nei servizi di interesse generale.

Tuttavia, se per una volta analizziamo la questione dal punto di vista del cittadino, poco importano a quest’ultimo complessi disegni di assetto dei mercati e forse neppure le contrapposizioni ideologiche tra una presunta supremazia del privato in termini di efficienza, piuttosto che del pubblico in termini di tutela degli interessi generali. Il valore per il cittadino alla fine si esprime in termini di qualità dei servizi, costi il più possibile contenuti, facilità di fruizione, tutela delle fasce di popolazione più deboli. Perché la generazione di questo valore sia effettivamente possibile, forse è allora il caso di sostituire la storica contrapposizione tra pubblico e privato con una meglio definita distinzione tra il ruolo della pubblica amministrazione e quello dell’impresa.

Se da un lato non c’è dubbio che spetti alle amministrazioni pubbliche, a livello nazionale e locale, la definizione delle politiche, d’altro canto sempre più sono richiesti operatori specializzati per la relativa attuazione. Ovvero, la gestione efficiente e innovativa dei servizi pubblici presuppone livelli di specializzazione, competenze, regole e approcci che mal si conciliano con la cultura, i vincoli e le tradizionali modalità di funzionamento degli enti pubblici. L’orientamento al risultato, il perseguimento dell’efficienza, la tensione all’innovazione, la velocità decisionale, sono caratteristiche connaturate dell’agire di impresa, pubblica, privata o mista che sia. Almeno delle imprese ben gestite. Lo testimoniano le esperienze di successo delle grandi imprese a controllo pubblico ormai divenute internazionali (si pensi ad esempio a Enel, Eni o Fincantieri), piuttosto che delle ex-municipalizzate capaci di assumere una dimensione nazionale, quotarsi in borsa e competere con successo nei mercati dei servizi ai cittadini (si pensi ad esempio ad Hera, A2A, Iren o Acea).

In tutti questi casi si è realizzata una corretta separazione tra il ruolo del pubblico, con responsabilità a livello di sistema nel definire le linee di sviluppo dei diversi settori e a livello di singole aziende in quanto azionista, e quello del management delle imprese. Laddove a chi ha il compito di amministrare le imprese, opportunamente selezionato su base meritocratica e in ragione delle competenze detenute, viene riconosciuta piena autonomia e responsabilità, questo si traduce nella produzione di valore non solo per gli azionisti ma per i cittadini tutti. Naturalmente spetta al pubblico regolare il funzionamento dei mercati a evitare comportamenti opportunistici o l’affermarsi di rendite di posizione da parte degli operatori economici e, da questo punto di vista, cruciale appare il ruolo della autorità indipendenti (si pensi ad esempio da Arera, Agcm o Agcom). E tanto più efficace è il ruolo della regolazione tanto meno rilevante risulta essere l’assetto proprietario delle imprese.

Imprese pubbliche, private o miste si troverebbero a fronteggiare dinamiche competitive, nel mercato o per il mercato, i cui benefici ricadrebbero in primo luogo sui destinatari dei servizi pubblici. In sintesi, resti al pubblico la responsabilità di indirizzo e di regolazione. Sia affidata ad imprese efficienti la responsabilità di gestione dei servizi. L’esperienza italiana dimostra che proprio queste ultime possono essere un terreno fruttuoso di integrazione pubblico-privato, a condizione che l’impresa, anche se a controllo pubblico, non scivoli nelle logiche dell’amministrazione ma resti a pieno titolo impresa.