Il coraggio dell'utopia

L’immaginazione che ridisegna il futuro. Dialogo con Roberto Mordacci

LeaderWorld

La sezione di questo magazine di cui fanno parte le due rubriche LeaderWorld e Dilemmi Moderni ha per titolo “Il coraggio dell’utopia”. Questa scelta poggia sulla convinzione che sia importante tornare a credere in un futuro dai connotati positivi. A ispirare questo titolo è stata la lettura del libro “Ritorno a Utopia” del filosofo Roberto Mordacci con il quale ho avuto il privilegio di approfondire il tema in questa intervista che mi ha concesso per il secondo numero di formaFuturi.

In un suo recente libro che ha per titolo “La condizione neomoderna” sostiene che la nostra è un’epoca di transizione paragonabile, per discontinuità e rilevanza dei cambiamenti, a quella che portò dal Medioevo alla modernità. Su quali considerazioni si basa questo paragone?

Ci sono fenomeni di grande rottura con il passato. Dalla caduta del muro di Berlino e successivamente con il crollo delle Torri Gemelle si è capito che non siamo dentro un nuovo ordine democratico-liberale planetario, bensì in un disordine globale. Vi è un’identità culturale islamica contrapposta all’Occidente e, a parte l’America che è un sistema democratico che oggi presenta molte incrinature, i grandi player dell’economia mondiale come Cina e Russia sono dichiaratamente autoritari e non democratici. Da non sottovalutare anche l’India che ha un tasso di sviluppo molto alto. Insomma, vi è una pluralità di centri di potere che in questo momento sono alla ricerca di un equilibrio che non c’è, che deve essere ritrovato. Tra i player importanti vi è anche l’Europa. Ha un’economia solida, saldamente ancorata a valori liberali, democratici, solidali e di giustizia sociale. Più di altri si è anche dedicata alla sostenibilità e alla riduzione delle emissioni e dal punto di vista morale l’Europa potrebbe essere il faro di un modello di sviluppo economico nuovo e diverso. Purtroppo, non gioca una partita geopolitica e i suoi singoli stati membri sono troppo piccoli per farlo.
La situazione è analoga a quella che c’era prima della pace di Vestfalia nella piccola Europa. Vi fu tra il 1400 e il 1600 una situazione di guerra perenne e, con l’avvento delle nuove colonie, un rimescolamento di tutti gli equilibri geopolitici. Le grandi scoperte geografiche generarono una situazione economica e geopolitica nuova e di grande caos. Non dimentichiamoci che due delle date a cui ci si riferisce per indicare l’inizio della modernità sono il 1453, l’anno della fine dell’Impero Romano d’Oriente, e il 1492, l’anno della scoperta dell’America. Oggi la situazione economica e geopolitica è in un caos analogo a quello provocato dalle grandi scoperte geografiche.

Nello stesso libro indica un’altra data importantissima per l’inizio della modernità: il 1455. Un altro evento che richiama la realtà contemporanea?

Sì, si tratta dell’introduzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg. Ha significato una prima forma di globalizzazione della cultura che non era più appannaggio dei soli monasteri che, come si sa, trascrivevano i manoscritti. La cultura diventa di dominio pubblico e il primo libro stampato è la Bibbia di Lutero. Da allora i protestanti leggono individualmente la Bibbia, mentre ai cattolici la lettura del testo non mediata dai sacerdoti restò vietata fino al 1930.
Oggi con la rete la situazione è la stessa: si sono globalizzate la cultura, la comunicazione e la trasmissione di informazioni e contenuti. Certo, libri e carta stampata sono e saranno letti ancora, ma le persone si informano prevalentemente online. Anche su questo piano vi è una dinamica importante di ricerca di nuovi equilibri. Ad esempio, non è più così vero che la cultura egemone sia quella anglosassone, nonostante l’inglese sia una lingua globale. Il modello culturale anglosassone non è più il principale attore della scena culturale mondiale.
In sintesi, il primo fattore di cambiamento radicale dopo il 2001 sono gli equilibri geopolitici; mentre il secondo è costituito dalla rete. Un cambiamento che ha origine negli anni Settanta, ma i cui effetti si vedono pienamente adesso: la rete oggi è il luogo della cultura mondiale.

Siamo quindi davvero sulla soglia di quello che viene definito da molti “un salto d’epoca”?

Sì, ed è necessario ricreare un nuovo ordine, un nuovo equilibrio di poteri, culture, visioni del mondo, metodi di ricerca e mezzi di comunicazione. Oggi c’è solo un grande disordine. Anche se questo non può essere fatto a tavolino, non possiamo lasciare che le cose procedano per conto loro, ciò darebbe luogo a gravi degenerazioni e conseguenze. Dobbiamo trovare il modo di governare questo processo anche se è difficilissimo riuscirci.

Qui si pone il problema di qual è il soggetto, o di quali sono i soggetti che possono e devono farsi carico di questa responsabilità. Cosa pensa a riguardo?

Oggi, come all’inizio della modernità, vi sono equilibri perduti da ricostruire ed è una sfida che richiede una progettualità condivisa. A governare il processo non può essere, da solo, chi ha le redini del potere politico, devono essere tutte le persone di buona volontà. Un ruolo fondamentale ce l’hanno le persone che fanno impresa. Come diceva lo stesso Adam Smith, non c’è economia senza una cultura che la sostiene, ma neanche una cultura senza un’economia che la renda credibile. Difficilmente un nuovo equilibrio potrà essere prodotto dal sogno culturale di alcuni intellettuali o da sole strategie politiche. Il tessuto industriale commerciale deve avere un ruolo attivo e positivo nel farsi portavoce, nel veicolare e nel rendere credibili i progetti politici e culturali. Il miglior capitalismo è sempre stato intriso di elementi culturali e valoriali di grande rilevanza e motivazione. Si cita sempre Olivetti, ma ci sono migliaia di imprese illuminate che hanno al loro interno un patrimonio culturale e di visione del mondo straordinario.

L’impresa pubblica e privata come soggetti sociali con responsabilità economica, e non viceversa?

Certo, si pensi ad esempio ai discorsi sull’ambiente: si sono trasformati in processi reali di cambiamento quando le aziende si sono convertite in massa al tema del “green”. Sono le aziende a portare avanti con forza questo tema, altrimenti il rischio è che restino parole vuote di alcuni politici (che poi magari non firmano gli accordi internazionali…) o di intellettuali speranzosi.

In che senso c’è bisogno di un nuovo equilibrio, e forse di un nuovo ordine, anche nella cultura?

Sono contrario all’idea di sincretismo tra le culture, così come allo scontro tra civiltà. Le culture si costruiscono nel confronto, nel dialogo serrato. Oggi l’università e i centri di ricerca possono ancora giocare un ruolo importante, ma attenzione a non separare scienze naturali e scienze umane: se le teniamo divise, oggi non si salvano. La scienza senza umanesimo è vittima del delirio di onnipotenza, l’umanesimo senza scienza è mera fantasia. Ma anche cinema, televisione, eventi, turismo, stampa, rete, se si nutrono di contenuti qualificati possono svolgere un ruolo importante di mediazione. Per me Chiara Ferragni agli Uffizi non è certo un problema, perché impedire che i giovani siano attratti dal nostro patrimonio? Io condivido la tesi di Jürgen Habermas che, di fronte al problema dell’integrazione europea, ha sempre sostenuto che fosse necessario creare dei media con respiro europeo che fossero abitualmente visti e frequentati dai diversi paesi, anche utilizzando le diverse lingue con i sottotitoli. Se non si investe in questa grande opera di mediazione culturale, i deliri sovranisti possono degenerare in una guerra dalla quale difficilmente oggi ci rialzeremmo, data la forza distruttiva delle armi.

Venendo ora al suo ultimo libro, “Ritorno a Utopia”, Lei sostiene che abbiamo bisogno di utopia. Un concetto a cui, nel linguaggio corrente, viene prevalentemente attribuito un significato negativo di irrealismo, astrattezza, inconsistenza, e che invece può avere invece una grande utilità. Quale valore e quale utilità attribuisce a questa idea di utopia che ha ispirato anche il titolo di questa sezione del nostro magazine?

“Utopia” di Thomas More è stata pubblicata agli inizi dell’età moderna (1516). More si accorge che in una fase di crollo del sistema feudale si creava un’iniquità crescente tra ricchi e poveri. Lui prova a immaginare un’organizzazione economica e politica della società completamente differente e lo fa proiettandosi con immaginazione narrativa su un’isola felice, un luogo che non c’è, ma che ha connotati estremamente realistici. Non lo fa immaginando spiriti ed esseri umani superdotati, ma persone normali che condividono bisogni, cultura, vita quotidiana, istituzioni e regole: è una visione molto realistica dell’umano, ma è complessivamente più felice e giusta. Il successo che il concetto di utopia ha avuto è stato subito traviato perché i più vicini eredi (Bacone, Campanella, Morris e altri) hanno fatto dell’utopia una società perfetta. Se confondiamo l’utopia con la società perfetta, creiamo distopie. Ad esempio, quella descritta da Orwell con 1984 è una distopia derivante dall’idea di una società perfettamente controllata.
Questo meccanismo di immaginazione, se sfruttato bene, è motore di innovazione. Noi dovremmo fare lo stesso esercizio mentale e immaginativo: immaginare la società in cui vogliamo stare. Che tipo di società vorremmo avere? Come ci immaginiamo le città, il lavoro, la proprietà, la tutela dei beni comuni, ecc.? Vi sono molti segnali che l’umanità stia lottando per cercare nuove sintesi, ce ne sono tanti in tanti campi diversi (scienza, filosofia, arte…); per esempio nell’urbanistica assistiamo ad una rivoluzione che integra sostenibilità e comunità. C’è però frammentazione, dispersione, non c’è certezza che vincano le spinte positive.

In tal senso, l’utopia può diventare anche l’idea di un orizzonte di scopo comune? In fondo questo è un po’ il collante che manca alla società contemporanea…

L’idea di un futuro comune è fondamentale, altrimenti la società rischia di cessare di esistere. Ma oggi nessuno può disegnare questo futuro comune per tutti gli altri. Il futuro va disegnato in maniera compatibile alla convivenza con altri. Nessuno ha il potere né il diritto di immaginare il futuro degli altri; possiamo solo creare lo spazio nel quale sia possibile per tutti avere un proprio futuro.

Collegandoci al concetto di utopia, quanto è importante nelle imprese, siano esse pubbliche o private, avere una leadership che oggi sappia rilanciare verso il nuovo, verso nuovi modi di concepire il lavoro, verso nuovi scopi e nuovi valori?

In fondo lo spirito imprenditoriale è proprio questo. È chiaro che chi ha sofferto con la pandemia e il lockdown ha bisogno di ricevere energie per andare avanti e ripartire. In tal senso l’Europa ha messo in campo risorse finanziare straordinarie, mai viste finora. Ma non possono essere usate semplicemente per la compensazione dei mancati profitti: ripartire significa cambiare direzione, trasformare il proprio business, interpretando il contesto attuale e proiettandosi in avanti con lo sguardo per immaginare un futuro positivo nel quale si sappia coniugare il vantaggio privato con quello collettivo. La cura per il buon funzionamento dell’impresa con la cura necessaria per migliorare il mondo fuori. In questa fase, anche il governo è chiamato ad impegnarsi per elaborare una visione, creare un progetto paese atto a investire bene tutte le risorse che arriveranno. Purtroppo, questo è anche un motivo della crisi del neomoderno: la mancanza di strutture sociali e politiche rappresentative che riescano ad intestarsi un progetto Paese. Non ci serve oggi un’ideologia, ma ci serve una filosofia politica, una visione politica globale che ponga al centro non solo l’uomo, ma la vita stessa, la fioritura dell’esistenza, nel rispetto e nell’armonia di tutto ciò che la costituisce.

Il personaggio

Roberto Mordacci è Preside della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele dal 1° luglio 2013. Professore ordinario di Filosofia Morale e Filosofia della Storia, ha fondato il Centro Studi di Etica Pubblica (CeSEP), il Laboratorio di Filosofie del Cinema e l’International Research Centre for European Culture and Politics (IRCECP), di cui è attualmente Direttore. Ha pubblicato numerosi saggi sul principio del rispetto per le persone, sulla normatività delle ragioni morali, sulle interpretazioni contemporanee dell’etica kantiana e su diversi temi di bioetica (etica della ricerca, neuroetica, potenziamento umano, genetica). Ha proposto una prospettiva morale denominata personalismo critico, basata sul principio del rispetto. Ha contribuito a diffondere una metodologia filosofica di interpretazione dei film nella quale questi ultimi sono letti come esempi di ragionamento per immagini, movimento e suoni.
Fra le sue pubblicazioni recenti: “Ritorno a Utopia” (Laterza, 2020); “Filosofia morale. Fondamenti, metodi, sfide pratiche” (Le Monnier, 2019); “La condizione neomoderna” (Einaudi, 2017); ha curato “Come fare filosofia con i film” (Carocci,2017); “L’etica è per le persone” (San Paolo, 2015); “Rispetto” (Cortina 2012); “Ragioni personali. Saggio sulla normatività morale” (Carocci, 2008).

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