Rivoluzione digitale e dintorni

Economia della conoscenza e network formativi in una prospettiva pubblico-privato

Le recenti accelerazioni dettate dall’emergenza Covid-19 hanno avuto un impatto significativo nelle attività e nei modelli di business del sistema delle imprese e delle scuole di formazioni manageriale. Il tema riguarda il definitivo emergere del network formativo, come ecosistema su cui attivare i processi di vantaggio competitivo in cui la centralità delle azioni propone un rinnovato impegno pubblico privato.

Sul fronte delle imprese, queste spinte di trasformazione non possono certo dirsi nuove. In tempi non recenti la Resource-based view aveva già aiutato a guardare oltre i beni tangibili dell’impresa, proponendo una prospettiva di analisi in cui la competenza distintiva, insieme di risorse e conoscenze combinate in maniera unica, si poneva come chiave di lettura per identificare la fonte del vantaggio competitivo dell’impresa. Il ruolo centrale che assume la conoscenza, come base della competenza distintiva, impone trasformazioni che riguardano l’impresa all’interno dei suoi confini, dove si rendono sempre più necessari processi organizzativi capaci di identificare e valorizzare i portatori di conoscenza, ma soprattutto riguardano il sistema di relazioni entro cui l’impresa opera. È, infatti, all’interno di questo sistema che avvengono processi vitali di scambio e alimentazione, peraltro facilitati oggi dalle risorse che la digital transformation mette a disposizione.

Lo spostamento del focus da prodotto a conoscenza porta l’attenzione sulle economie di apprendimento, cioè sulla capacità dell’azienda di individuare e valorizzare il proprio set di competenze specifiche e di saperli alimentare nelle diverse fasi della catena del valore. Le economie di apprendimento hanno per loro caratteristica intrinseca, una natura dispersa: non sono risorse interne alle aziende; al contrario sono distribuite nei centri del sapere, accademici e professionali e nelle filiere di subfornitura, localizzate nelle aree di specializzazione flessibile, e sempre più nelle reti telematiche che mettono in connessione risorse chiave per le aziende, informazioni, persone e oggetti: una ragnatela di nodi fisici e virtuali, locali e globali.
Dunque, se si intendono osservare i processi di sviluppo e alimentazione di conoscenza e quindi di creazione di valore, ad oggi è la stessa unità di analisi a mutare: la conoscenza è meno concentrata all’interno della singola impresa e più distribuita nelle filiere e nei cluster fisici e virtuali che rappresentano per le singole aziende i touchpoint di accesso a nuova conoscenza e naturali luoghi che danno visibilità e reputazione a quella già posseduta.

La transizione verso una network economy globale

La rete di relazioni entro cui si costruisce valore sembra diventare sempre più un contesto formativo e non esclusivamente produttivo, favorendo non soltanto lo sviluppo di nuove competenze, ma anche la valorizzazione (in termini di reputazione) del sapere già posseduto. Siamo senza dubbio in mezzo a una transizione verso una network economy globale, in cui i contesti formativi sono costruiti su logiche di collaborazione, rispetto a cui le attuali logiche di funzionamento, costruite sulla valorizzazione di un sapere proprietario, sembrano perdere di efficacia.

L’attuale status quo, in termini di politiche formative, ha solo in parte colto il senso compiuto della trasformazione descritta. L’attuale baricentro sull’impresa non facilita, infatti, la diffusione di processi di apprendimento orizzontali e riconduce al ruolo guida di un singolo attore organizzativo l’eventuale iniziativa di processi di formazione di reti. La riflessione riguarda anche gli attori formativi. Se il workplace learning si sviluppa sempre meno dentro ai confini dell’impresa e sempre più nei processi di interazione fra imprese e tra imprese e knowledge worker nelle filiere specializzate – e se gli stessi attori dispersi ma connessi mettono in campo iniziative di sviluppo di nuova conoscenza e di sua validazione – una leadership centralizzata nei processi di sviluppo e gestione dell’offerta formativa viene a perdere il suo senso. Lo sviluppo e in particolare la formalizzazione dei saperi dovranno trovare nuovi attori o ancora meglio nuove forme di aggregazione tra i diversi attori formativi già esistenti.

Foto di Nino Carè da Pixabay

Un ruolo cruciale, in questo senso deve essere giocato dalle Università, dalle Scuole di Management di prossimità e dalle Academy aziendali. A queste, depositarie di un sapere esperto e attualmente confinate all’interno dei propri contesti di riferimento, con parziale apertura, nei casi più virtuosi, alla filiera, è richiesto lo sforzo di diventare sempre di più attori significativi per il sistema dell’impresa allargata integrando imprese, fornitori e clienti nella catena del valore primario, ma anche il mondo del lavoro flessibile, coinvolgendo giovani da inserire, personale occupato e il mondo dei professionisti del management che opera in maniera flessibile nel contesto territoriale. Più specificamente, la prospettiva cui si auspica è quella del rafforzamento di network formativi in cui gli stakeholder, di settore e territoriali, privati e pubblici, istituzioni formative, imprese e comunità di pratica, siano in maniera simmetrica chiamati a definire le nuove discriminanti dei processi di formazione, qualunque sia la formula contrattuale che li collega alle imprese e ai lavoratori, alimentando lo sviluppo dell’open learning environment di territorio.

Le trasformazioni in atto impongono al sistema formativo, in conclusione, di ragionare in una logica open, ponendo simmetria e competenza critica alla base dei processi di selezione e di costituzione della filiera. Prospettiva che passa in maniera chiara dalla messa in discussione dei codici che ad oggi condizionano e vincolano il dibattito sul tema dell’apprendimento, superando le dimensioni individuali e valorizzando il sapere “disperso”, sia esso formale o informale.