Il coraggio dell'utopia

In missione sul pianeta della leadership

LeaderWorld

LeaderWorld è il pianeta della leadership, con i suoi elementi costitutivi, la sua atmosfera, una varietà di paesaggi, i colori e le luci. Ha anche una storia con le sue ere geologiche, la traiettoria evolutiva. Vi sono territori di LeaderWorld conosciuti e abitati, altri meno noti o addirittura del tutto inesplorati. Con questa rubrica metteremo a fattor comune ciò che già conosciamo per condividere i risultati della ricerca e le migliori pratiche in tema di leadership, ma cercheremo anche di esplorare i territori meno noti, per trovare ispirazione e scoprire nuovi orizzonti. Lo faremo avvalendoci di guide esperte, delle testimonianze di chi opera sul campo e di tutti coloro che vorranno portare il loro contributo di idee.

La produzione di saggi sulla leadership è stata, negli ultimi quarant’anni, pressoché sterminata. Un susseguirsi e anche un accavallarsi di teorie, filosofie e modelli: dal preistorico e archiviato comando e controllo (non così cadavere nelle pratiche correnti), alla vasta gamma degli approcci “human relation based”, dai modelli trasformazionali, alla teorizzazione della leadership di servizio, fino alle più recenti riflessioni di questi anni circa la rilevanza di autenticità, consapevolezza di sé, mindset, implicazioni del digitale. Questa enorme produzione, se da una parte rischia di logorare la vitalità e il significato di parole come leadership o leader (succede sempre quando alle parole non corrisponde altrettanta ricchezza di pratiche), dall’altra non stupisce, perché la filosofia della leadership e la ricerca sulle sue condizioni di efficacia hanno cercato, nel tempo, di tenere il passo con l’evoluzione dei sistemi produttivi e competitivi, con l’evoluzione dei modelli organizzativi dell’impresa, nonché con i complessi cambiamenti culturali e psico-sociali che hanno caratterizzato il mondo del lavoro.

Tuttavia, una certa allergia a questi concetti si è creata. Credo sia dovuta principalmente al fatto che, quando si evoca la leadership, il concetto rischia di venire associato all’immagine del leader carismatico. Uno che gioca un ruolo centrale da protagonista, guidando altri che si trovano relegati al ruolo di follower. Un tipo di leader la cui luce e la cui originale ed energica individualità genera anonimia e conformismo negli altri, in una dinamica relazionale basata su una complementarietà rigida. Questo tipo di immagine della leadership è dissonante e contrasta sia con la rivoluzione del soggettivismo e della valorizzazione dell’individuo che si è compiuta nell’ultimo decennio nella cultura sociale, sia con la rinnovata enfasi che nelle imprese si dà alla responsabilizzazione, al “sense of ownership”, alla propositività e all’imprenditività di ciascuno.

Tutti leader, nessun leader?

Sul pianeta LeaderWorld ogni abitante è incentivato e punta a migliorare la propria capacità di leadership, a essere migliore nel realizzare risultati di valore, nel farsi promotore dei cambiamenti utili al progresso della comunità, nel generare relazioni autentiche, inclusive e costruttive. LeaderWorld è un esempio positivo di leadership distribuita. Essa è auspicabile e richiesta per chiunque abbia responsabilità di risultati e una ragionevole autonomia operativa. Sorge spontanea una domanda: cosa accadrebbe se tutti, in un determinato contesto socio-organizzativo riuscissero a diventare validi leader? Senza follower non svanirebbe anche il ruolo del leader? Io credo di no, per almeno due valide ragioni:

1. La prima è che la leadership è “situata”, cioè matura ed è riconosciuta in un determinato contesto. Deve cioè possedere le competenze che la rendono credibile (un pianista non eserciterebbe alcuna leadership in una sala operatoria), la conoscenza storica e attuale del contesto, che è necessaria per generare una visione consistente di miglioramento o cambiamento, la condivisione di alcuni valori. “Situata” significa anche che la leadership viene esercitata in un determinato contesto di ruolo, entro un determinato perimetro e livello di responsabilità.

2. La seconda ragione è che anche nell’ambito di uno stesso contesto sociale e operativo, nel quale vi siano responsabilità condivise (es.un team di progetto) la leadership funziona quanto più è circolante: cioè passa di mano in mano, lasciando la guida a chi in quella determinata fase del processo è in grado di generare più valore. Questo tipo di leadership distribuita e circolante coniuga e ottimizza il valore dell’iniziativa individuale con quello generato dalla collaborazione e da una valida gestione delle interdipendenze.

La rubrica “LeaderWorld” fa parte, insieme a “Dilemmi Moderni“, della categoria “Il coraggio dell’utopia”. Il concetto di utopia, come spiega il filosofo Roberto Mordacci, ha subito nel linguaggio comune fraintendimenti e modifiche di senso che gli hanno conferito un significato negativo: qualcosa di irrealizzabile, uno slancio irresponsabile della fantasia, insomma una perdita di tempo. Nell’accezione che deriva dalla tradizione filosofica umanistica, l’utopia è il frutto di un pensiero critico, è razionale, realistica e orientata al futuro. Nasce dal desiderio di realizzare un ideale di giustizia, armonia e benessere collettivo. La scelta del titolo poggia sulla convinzione che sia possibile e sia importante tornare a credere in un futuro dai connotati positivi. Partecipare a disegnare e a realizzare questo futuro è il mestiere dei leader, in ogni campo, in ogni ambiente di lavoro, a qualunque livello di responsabilità. La formazione può e deve dare una mano.

Correlati