Il coraggio dell'utopia

Aumento delle diseguaglianze e giustizia distributiva: le sfide da affrontare

Quanta diseguaglianza possiamo accettare nella distribuzione dei principali beni sociali, a cominciare dal reddito? La domanda è oggi al centro di molti dibattiti, sollecitata dal fatto – ormai ben documentato – che le diseguaglianze sono fortemente cresciute all’interno dei Paesi sviluppati.  Si tratta però di una domanda “antica”.  La prima magistrale discussione sulla diseguaglianza come fonte primaria di discordia politica si deve ad Aristotele. Per questo grande filosofo, le controversie sulla diseguaglianza nascono da questo: gli uomini condividono una natura comune, in quanto “animali politici” dotati di ragione e interagenti fra loro.  Come giustificare su questa base comune le differenze di trattamento fra le persone?  Occorrono regole che indichino come distribuire parti uguali in base a quelle caratteristiche che sono, appunto, uguali (ad esempio stessa paga a chi svolge bene lo stesso lavoro, che sia uomo o donna) e in parti diseguali in caso contrario. Il discorso su eguaglianza e diseguaglianza verte sui criteri di distribuzione: mira a individuare to dikaion, come trattare in modo giusto le differenze fra  cittadini.

Le dirompenti trasformazioni socioeconomiche degli ultimi due decenni e la Grande Recessione degli anni 2010 ri-propongono oggi con forza questi problemi antichi. La globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, la transizione verso la cosiddetta “economia dei servizi e della conoscenza” hanno reso la distribuzione dei redditi molto più squilibrata di un tempo. Dall’inizio degli anni Duemila a oggi la diseguaglianza è aumentata in tutti i Paesi UE. Come negli Stati Uniti, è cresciuta la quota di reddito percepita dall’1% più ricco. Corrispettivamente, è aumentato il rischio di povertà ed esclusione sociale, che ormai lambisce visibilmente anche la vecchia classe media.

La struttura di classe si è così ri-articolata in cinque segmenti. In cima si situa una piccola élite di veri e propri plutocrati, gli iper-ricchi con patrimoni globalizzati. A seguire, troviamo il ceto alto-borghese, benestante ma ancora ancorato a ricchezza e attività prevalentemente nazionali. Al centro della distribuzione vi è la “massa media”, a sua volta sempre più differenziata fra nuovi e vecchi ceti. I primi stanno dalla parte giusta della globalizzazione, in termini di competenze e occupazione. I secondi stanno dalla parte sbagliata: gli impiegati, operai, piccoli lavoratori autonomi che operano nei settori più tradizionali dell’economia o in quelli più esposti alle dinamiche di digitalizzazione (pensiamo agli effetti di Amazon sui piccoli negozianti).  Al fondo troviamo gli “esclusi” e soprattutto la maggior parte dei precari. In questo gruppo si sono creati molti “perdenti”, che vivono in condizioni di costante insicurezza.

Nelle economie di mercato le diseguaglianze di reddito sono tradizionalmente giustificate come un mezzo per salvaguardare gli incentivi al lavoro, garantire efficienza economica, allocare i talenti, premiare i meriti. Per la teoria liberale, la condizione necessaria affinché una società sia “giusta” è l’eguaglianza di  opportunità.  Che cosa significa, esattamente, questa espressione? In senso etimologico, opportunità designa un «passaggio che facilita il raggiungimento di uno scopo»: come un tratto di mare in cui il vento spinge verso il porto (ob-portum). Le società possono essere considerate come dei grandi reticoli di posizioni collegate fra loro, appunto, da passaggi o corridoi. Si nasce in una posizione e il ciclo di vita è una sequenza più o meno estesa di transizioni posizionali, modellate da norme, pratiche e regole. Queste transizioni sono mosse da scopi, che sono da noi consapevolmente scelti e perseguiti, con maggiore o minore sforzo e tenacia.   Il contenuto delle scelte e l’intensità dell’impegno ci rendono diseguali:  una diseguaglianza che  giustifica  la distribuzione di “parti diseguali”.  Scelte e impegno subiscono tuttavia in buona parte l’influenza del contesto in cui viviamo e cresciamo. E purtroppo non è affatto scontato che il talento (inteso come dote naturale) e gli scopi riescano davvero a incontrare le opportunità.

In questo incontro c’è sempre una componente di casualità. Inoltre, pesa anche una robusta componente “strutturale”. Identità, ambizioni, obiettivi e soprattutto risorse sono in parte esogeni, dipendono dal contesto di partenza e di percorso: del modo in cui si formano ed evolvono nel tempo i nostri talenti, le nostre capacità, le nostre concrete possibilità di “funzionare” relazionandoci con il mondo circostante. E ogni tappa di questo percorso – questo è il punto chiave – dipende dalle tappe precedenti e condiziona a sua volta le tappe successive.

In questa prospettiva, il problema della diseguaglianza deve innanzitutto fare i conti con l’esistente “struttura di opportunità”, ossia l’insieme di passaggi che qui e ora connettono le varie posizioni sociali. E l’architrave di questa struttura è proprio il nesso fra le tre componenti appena menzionate: libertà delle scelte individuali, tirannia del caso, influenza dei contesti di partenza e di percorso. Ciò che va garantita è, per così dire, una meta-opportunità: quella, per ogni persona, di far “fiorire” la propria individualità, sottraendola – per quanto possibile – al rischio di essere soffocata dai contesti e dalla cecità del caso.

Secondo una lunga e nobile tradizione filosofica che va da Aristotele a John Stuart Mill e da lui a Rawls, Sen e altri contemporanei, fiorire come persona significa essere in grado perseguire il proprio bene nel proprio modo: emanciparsi dai vincoli che ci incatenano alla posizione e al posto in cui nasciamo; vivere «liberi di esercitare le proprie facoltà e cogliere le occasioni che ci si offrono per raggiungere le posizioni che sembrano più desiderabili per noi»[1] (Mill); sperimentare «la piena realizzazione di sé»[2] (Rawls).

Per massimizzare (o più realisticamente: ampliare) l’eguaglianza di opportunità, occorre in primo luogo correttamente individuare, per poi rimuovere, il maggior numero di “colli di bottiglia” presenti nella rete esistente di posizioni sociali. I colli di bottiglia sono le strettoie – a volte vere e proprie strozzature – situate in prossimità dei passaggi da una posizione a un’altra[3].  Le posizioni sociali sono distribuite a forma di piramide. Si tratta di una forma connaturata alla divisione del lavoro e alla necessità di coordinamento sociale. Il numero di quanti coordinano (e dunque occupano posizioni gerarchicamente sovrastanti, in qualsiasi tipo di organizzazione) è inesorabilmente più basso di quello dei “coordinati”. Il meccanismo più efficiente per selezionare l’accesso alle posizioni superiori è la libera competizione sulla base di quelle credenziali che risultano più idonee allo svolgimento delle funzioni di coordinamento. Poiché si tratta di competizione posizionale, i colli di bottiglia devono filtrare le persone in base a talenti e credenziali relative e non assolute. Quanto meglio funzionano i filtri, tanto meglio è per tutti; e il buon funzionamento è in larga misura una questione di disegno, ossia di regole intelligenti, bene applicate, e soprattutto eque. E qui sta il vero nocciolo della questione.

Come quelli di giustizia, eguaglianza e libertà, il concetto di equità è controverso, non ha un significato univoco . Ai nostri fini, è però sufficiente porsi un interrogativo di base: in che misura un dato collo di bottiglia o filtro selettivo è legittimo oppure percepito come arbitrario? La sua esistenza è giustificata in base a qualche criterio condiviso e perciò considerato valido dai contendenti? Ai tempi di Stuart Mill, ad essere contestate erano le discriminazioni contro le donne, quelle basate sul colore della pelle o sui titoli nobiliari[4]. Oggi la maggior parte delle discriminazioni dirette sono state rimosse o almeno mitigate, anche grazie al ruolo dell’Unione europea. Restano tuttavia molte discriminazioni indirette, quelle legate a situazioni nella quale una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono di fatto svantaggiare le persone di un determinato gruppo rispetto agli altri.  Ad esempio, in un contesto dove i carichi di cura gravano precipuamente sulle donne, la presenza di orari di lavoro rigidi o l’assenza di servizi di conciliazione  tendono a penalizzare le madri che lavorano.  Il primo fronte su cui lavorare è dunque quello di livellare il campo da gioco.

Vi sono poi i colli di bottiglia che dipendono in tutto o in parte dall’arbitrarietà del caso. O, per meglio dire, dall’incontro fra la lotteria naturale/sociale e la struttura esistente delle opportunità. La strettoia primordiale di ogni ciclo di vita personale è la famiglia di nascita, principale veicolo della trasmissione intergenerazionale di vantaggi e svantaggi. Le dinamiche di globalizzazione hanno poi fortemente accresciuto l’importanza della località di nascita e di crescita. Le dotazioni genetiche individuali – in particolare i talenti – incontrano il primo filtro posizionale nei luoghi sociali e geografici in cui si dipanano le prime fasi del percorso di vita. E se è vero che le opportunità sono fra loro concatenate nel tempo (come gli anelli di una catena), allora è chiaro che per ampliare la meta-opportunità sopra menzionata (l’opportunità di avere opportunità) è indispensabile intervenire il più precocemente possibile attraverso politiche rivolte ai gruppi e ai territori più svantaggiati: politiche redistributive (trasferimenti) e politiche capacitanti (servizi di qualità).  L’egual trattamento non basta, occorre passare dall’eguaglianza formale all’eguaglianza sostanziale di opportunità.

Data l’importanza di istruzione e formazione, gli sforzi vanno concentrati su questo versante. Se, come segnalano tutte le ricerche, la rilevanza del background familiare e territoriale è ancora così alta, ciò è anche dovuto alla carenza di sostegni economici di natura adeguata, di misure differenziate e quasi individualizzate che consentano di compensare a scuola i deficit socioculturali dell’ambiente d’origine (la cosiddetta povertà educativa). Ed anche alla crescente diffusione di nuovi colli di bottiglia privi di salvagente. Aver fatto uno stage, ad esempio, è ormai diventato un requisito necessario per competere a posizioni sociali di livello medio. Ma gli stage – in particolare retribuiti – sono scarsi; e si tratta di una scarsità assoluta, non sociale (lo stage non è una posizione “superiore” con funzioni di comando/coordinamento). Le scarsità assolute sono rimediabili con opportune politiche pubbliche. Lo stesso vale per tutta la filiera della cosiddetta formazione permanente.

Le ricerche sulle politiche educative hanno originato un certo scetticismo circa l’efficacia di misure compensative nel contrastare l’influenza del background familiare[5]. Ciò non può tuttavia giustificare un indebolimento di tali misure, semmai il contrario. Negli USA, il Paese del “sogno americano” basato sul principio dell’eguaglianza di opportunità (almeno formale), molte università private (comprese quelle della Ivy League) usano ancora il sistema della legacy: ai figli con un genitore (o un parente) che ha frequentato l’università alla quale si chiede l’ammissione viene riservato un trattamento privilegiato, nella speranza che la famiglia faccia (o aumenti) le donazioni. Ad Harvard le ammissioni tramite legacy arrivano a contare per il 20% del totale. Il sistema è scandalosamente iniquo (e, pare, neppure così efficace in termini di donazioni) ed è oggi al centro di dibattiti e proposte di riforma. Anche in Francia vi è una stretta relazione fra le ammissioni alle cosiddette grands ecoles – che preparano i giovani destinati a diventare hauts fontionnaires – e la professione del padre – haut fonctionnaire, appunto. Ciò non solo riproduce il privilegio di classe, ma deforma la rappresentatività sociologica dell’alta burocrazia francese.

Una maggiore parificazione sostanziale delle opportunità richiede anche una riflessione approfondita sui meccanismi di selezione posizionale, in particolare quelli che riguardano le credenziali educative e professionali. Meritocrazia è una bella parola. E, come si è detto più sopra, è giusto selezionare in base a capacità e competenze – valutandone la qualità in senso sia assoluto sia relativo. Ma non si deve dimenticare che esami e test sono per la natura dei colli di bottiglia con regole standardizzate e cieche rispetto alle concatenazioni di opportunità offerte a ciascun partecipante nelle tappe precedenti. Una società in cui l’assegnazione di posizioni superiori dipendesse in misura cruciale dal possesso di credenziali (una laurea a Harvard) acquisibili solo tramite severi test ingresso, senza alcuna considerazione di ciò che accade prima, non farebbe che amplificare il ruolo di quelle disuguaglianze di percorso che nulla hanno a che fare con scelte e sforzi individuali e dunque con il merito. Vi è insomma il rischio che la meritocrazia si trasformi in una “testocrazia”, basata su forme neomoderne di ordalia: prove insindacabili delle capacità e delle responsabilità individuali, da cui finisce per dipendere “tutto”. In una nota sentenza degli anni Settanta, la Corte Suprema degli Stati Uniti sostenne che «la storia è piena di esempi di uomini e donne che hanno reso enormi servizi senza possedere i marchi convenzionali di successo, come diplomi, certificati, titoli educativi». Questi ultimi «sono utili servitori, ma non devono diventare i padroni della realità»[6].

Anche in Europa sono in corso sperimentazioni interessanti per rimuovere i colli di bottiglia educativi, spesso grazie alla collaborazione fra pubblico e privato. Pensiamo alle Conventions éducation prioritaire, Francia, volte alla promozione della mobilità sociale[7]. Sempre in Francia è stato poi lanciato un ambizioso Programme Investissements pour l’Avenir (PIA) incentrato sulla filiera scuola e formazione[8]. In Italia, le Fondazioni di origine bancaria hanno avviato un progetto per la lotta alla povertà educativa, co-finanziato dal governo.

Un filone di discussione interessante è quello che riguarda le “seconde chance”: le opportunità concrete di rimediare a un insuccesso, anche se almeno in parte determinato da scelte sbagliate. Nella cultura politica anglosassone l’idea della seconda chance è ben radicata ed è già sostenuta in pratica da una varietà di iniziative. Negli Stati Uniti sono nate molte associazioni (che spesso si chiamano proprio Second Chance Foundations) le quali forniscono consulenze e aiuti finanziari a persone con problemi professionali o personali o che semplicemente vogliono cambiare vita. Alcune università prevedono fresh start options per chi ha abbandonato gli studi e vuole riprovare. Nel Wisconsin opera da anni un efficace Fresh Start Program per i giovani sotto i trent’anni che vogliono cambiare mestiere. In Europa il Paese che più s’ispira alla tradizione USA è la Gran Bretagna. A suo tempo Tony Blair inaugurò vari programmi di Fresh Start nel settore formativo. Dalla Gran Bretagna le cosiddette second chance schools si stanno diffondendo in molti Paesi europei e l’idea del “nuovo inizio” ha cominciato a comparire anche nei documenti e nelle politiche della UE.

Offrire (garantire) seconde chance significa riconoscere che i percorsi individuali possono subire condizionamenti “immeritati” da parte del contesto o del caso. Ossia possono cader vittima di colli di bottiglia arbitrari. Si tratta di un rischio che riguarda tutti, salvo coloro per i quali il costo di un insuccesso può essere facilmente assorbito da risorse personali. Come tutti i rischi sociali, anche i suoi costi si prestano ad essere socializzati tramite qualche forma di assicurazione pubblica (qualcuno propone di chiamarla Fresh Start Fund). Una società in cui gli individui pagano una piccola imposta se le cose vanno bene ma hanno una seconda possibilità se le cose vanno male è più libera di una società in cui si è leggermente più ricchi quando le cose vanno bene (perché non si paga l’imposta aggiuntiva) ma si rischia di andare in rovina quando si compie una cattiva scelta. Del resto, in un’epoca in cui la vita dura quasi cent’anni perché non dovremmo discutere seriamente di nuovi inizi, seconde carriere, preferenze che si modificano anche più volte nel corso dell’esistenza? E perché non chiederci se e come la società possa facilitare e sostenere questo tipo di opportunità, nel contesto di processi di cambiamento sempre più liquidi e imprevedibili? Un secolo fa gran parte dei liberali ritenevano una pazzia assicurare i lavoratori contro la disoccupazione: nessuno avrebbe più lavorato sodo. In molti Paesi ci volle la crisi del 1929 per superare tale obiezione e varare i primi schemi a sostegno dei disoccupati. Le incisive e rapide trasformazioni socioeconomiche di questo nuovo secolo invitano oggi un ripensamento dei nessi fra responsabilità individuale e indulgenza collettiva, aprendo la strada ad un modello di società in cui le «seconde chance» diventino un’opportunità davvero accessibile a tutti[9].

Tutti gli spunti sin qui discussi per ampliare le opportunità devono fare i conti con un importante caveat. Il rischio che – in certi contesti – la meritocrazia degeneri in “testocrazia” è reale. Ma in altri contesti la meritocrazia si è appena affrancata da meccanismi selettivi ancora più iniqui: quelli basati sulla parentela e sulla clientela. Nell’elaborare proposte innovative per il nuovo secolo, occorre dunque evitare di fornire alibi e munizioni a chi vorrebbe liberarsi della meritocrazia non in base a giustificazioni di universalismo equitativo, ma di particolarismo sperequativo: un rischio che è particolarmente elevato nel caso italiano.

Nei discorsi sull’eguaglianza è facile  cadere in una trappola:  quella di  confondere l’eguaglianza con la giustizia. Come si è detto all’inizio, si tratta di due concetti (e stati di fatto)  ben diversi.  Per le valutazioni morali e la “discordia politica” ciò che conta è la giustizia: un insieme di regole distributive normativamente sostenibili e politicamente legittime. Ciò che va combattuto sono le diseguaglianze ingiuste, ma anche le eguaglianze ingiuste: parti eguali e persone diseguali  in base a  criteri  accettabili e pertinenti  proprio per quella assegnazione di ricompense.  Se l’egualitarismo si spinge oltre la neutralizzazione  della lotteria naturale e sociale e dei colli di bottiglia,  si  passa dall’eguaglianza di opportunità all’eguaglianza di risultati. Ma se i risultati sono predeterminati,  non si può nemmeno parlare di opportunità e si finisce per ledere anche la libertà.

La ricerca del “giusto” pone alla politica sempre nuove sfide.  Dal punto di vista logico, dobbiamo evitare le due trappole di Aristotele: “pensare, che se le persone sono eguali in qualcosa, allora devono esserlo in tutto; oppure pensare che se sono diseguali in qualcosa, allora meritano parti diseguali di ogni cosa”.  Le risposte devono situarsi fra i due estremi.  Non c’è tuttavia una soluzione stabile, valida per ogni contesto. Quando cambia il tipo e l’intensità delle differenze rilevanti, devono cambiare anche i criteri di distribuzione.  Le società occidentali sono entrate in una fase di   cambiamento strutturale, che  sta minando  le fondamenta normative e  la legittimità politica  degli  assetti distributivi.  Le vecchie e soprattutto le nuove diseguaglianze stanno diventando sempre meno accettabili.  Ricordiamo però che il tema su cui riflettere per poi agire non è l’eliminazione della diseguaglianza, ma  la creazione di una società più giusta.

 


[1] J.S. Mill, Saggio sulla libertà; prima ed., prefazione di G. Giorello e M. Mondadori, Il Saggiatore, Milano 1981.

[2] J. Rawls, Teoria della giustizia, a cura di S. Maffettone; (trad. di U. Santini), Feltrinelli, Milano 1982.

[3] Si veda J. Fishkin, Bottlenecks. A New Theory of Equal Opportunities, Oxford University Press, Oxford 2014.

[4] J.S. Mill, Saggio sulla libertà, cit..

[5] Education, Occupation and Social Origin, a cura di F. Bernardi e G. Ballarino, cit..

[6] J. Fishkin, Bottlenecks, cit., p. 211

[7] Sostenuta da un gruppo di banche prevalentemente francesi (Banque Palatine, Paribas, Societé Generale e altre) l’iniziativa s’incentra sul prestigioso Institut d’Etudes Politiques (Sciences PO) di Parigi e mira a «incanalare » vero questo istituto universitario gli studenti talentuosi e meritevoli – indipendentemente dal loro background familiare, sociale o culturale- provenienti da scuole superiori situate in contesti svantaggiati. Le scuole con bacini d’utenza problematici stipulano una convenzione con Sciences Po e possono inserire i loro allievi più promettenti in un canale di formazione e mentoring dedicato, a partire dal penultimo anno delle secondarie superiori.

https://www.sciencespo.fr/nous-soutenir/fr/content/les-conventions-education-prioritaire-0.

[8] Si veda https://www.strategie.gouv.fr/sites/strategie.gouv.fr/files/atoms/files/29-03-2016-rapport_comite_pia.pdf.

[9] M. Fleurbaey, Fairness, Responsibility and Welfare, Oxford University Press, Oxford 2012.