Persone e organizzazioni: oltre le Colonne d’Ercole

Umanesimo digitale: etica e sostenibilità nell’era della tecnologia intelligente

 Spunti di riflessione critica sul rapporto tra essere umano e tecnologia avanzata o intelligente a margine di un intervento nel corso della XII Giornata della Formazione Manageriale ASFOR


Del rapporto tra etica e tecnologia aveva già parlato negli anni ’90 il filosofo Karl Popper in un piccolo volume intitolato “Tecnologia e Etica” il cui messaggio è che la tecnica crea civiltà, perché “può renderci non solo più liberi, ma può metterci in grado di adempiere sempre meglio ai nostri doveri naturali”. Come a dire che il liberalismo popperiano, per definizione fallibilista, contempla anche “qualcosa” che non può fallire e che “non viene assolutamente messo in dubbio, che dovrebbe sempre far parte del nostro comportamento, della nostra stessa vita”. Questo “qualcosa” è il dovere naturale secondo Popper, e nello specifico aggiungo io un dovere di solidarietà sociale che reclama una prospettiva d’uso consapevole delle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale e dalle nuove tecnologie unitamente ad una consapevolezza piena e strutturata degli impatti anche negativi che la tecnologia reca con sé. La società odierna si crogiola nella prospettiva illusoria, semplificata e banalizzante, che la tecnologia sia capace di offrire una risposta a ogni problema. E probabilmente lo è, ma non vi è alcuna certezza che la soluzione offerta sia quella giusta. Quasi in un controcanto di altissimo spessore umano al filosofo Karl Popper, sempre negli anni ’90, il padre del diritto alla privacy e all’oblio, il prof. Stefano Rodotà, affermava con lungimiranza e pienezza di senso che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente ammissibile, socialmente accettabile, giuridicamente lecito. Indegnamente intrufolandomi tra le riflessioni di Popper e Rodotà, mi pare ovvio che il vero tema critico della riflessione sul rapporto tra essere umano e tecnologia si innerva nella valutazione etica della necessità di porre un termine di confronto inderogabile all’incessante epifania tecnologica, termine che risiede nella centralità del valore dell’essere umano, della sua dignità e delle condizioni fondamentali del suo benessere. Il che significa, in una prospettiva pragmatica di diritto positivo, creare i presupposti per una capacità di governo e indirizzo in chiave di sostenibilità sociale degli impatti della tecnologia sull’essere umano in aderenza:

  • al sistema complessivo degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 in cui è indubbia la centralità dell’individuo e della tutela della sua dignità nel rapporto con i vari ecosistemi che ne connotano l’esistenza;
  • al Paper della Commissione Europea Industry 5.0 che disegna l’impresa europea del futuro come una impresa tecnologicamente e digitalmente avanzata ma profondamente umanocentrica, resiliente e sostenibile;
  • alle normative che soprattutto a livello europeo stanno definendo in maniera via via più puntuale, gli spazi di liceità del rapporto tra tecnologia intelligente, utilizzo di dati personali sensibili dell’individuo e tutela dei diritti e valori fondamentali della persona umana. Spicca tra questi interventi il Regolamento Europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act), che peraltro non rappresenta una novità assoluta dal punto di vista delle normative sovranazionali che intendono regolamentare il vasto spazio del digitale e che si inserisce in realtà nel contesto di molti altri interventi che stanno determinando e orientando gli sviluppi digitali dell’Unione Europea, come il DORA (Digital Operational Resilience Act), il DATA ACT (Regolamento UE 2023/2854), e ancora il Digital Markets Act (Regolamento UE 2022/1925), il Data Governance Act (Regolamento 2022/868), il Digital Services Act (Regolamento UE n. 2022/2065).

Si tratta nel complesso di una chiara attenzione normativa volta a garantire i diritti della persona soprattutto in termini di libertà di scelta, di sicurezza e protezione, nonché in adesione ai principi che vengono cristallizzati nella Dichiarazione Europea sui diritti e principi digitali per il decennio digitale del 26 gennaio 2022, tesi a promuovere la sostenibilità delle soluzioni digitali anche in ottica di inclusività e solidarietà.

Trovare il giusto equilibrio tra sviluppo tecnologico e protezione dei diritti umani è quindi la questione per eccellenza per garantire che i diritti umani siano rafforzati e non minati dall’IA e in generale dalle tecnologie intelligenti. Si tratta di una sfida etica irrinunciabile che rappresenta il vero punto focale della Quarta Rivoluzione Industriale, termine questo coniato da Klaus Schwab, Fondatore e Presidente Esecutivo del World Economic Forum, teso a descrivere una rivoluzione industriale caratterizzata da una fusione di tecnologie in grado di annullare i confini tra il fisico, digitale e il biologico e di determinare un passaggio evolutivo della specie umana, da Homo Sapiens ad Homo Technologicus in cui l’essere umano diventa un simbionte tecnologico, una sorta di ibrido di biologia e tecnologia in via di continua trasformazione. Peraltro la tecnologia intelligente, oltre a determinare una singolarità senza pari nel percorso evolutivo dell’essere umano, ha determinato il passaggio da un’economia centrata sulla produzione e scambio di beni e servizi materiali ad un’economia incentrata sulla generazione e scambio dei dati afferenti alla sfera sociale biologica ed esistenziale dell’individuo, raccolti, rielaborati ed utilizzati in forma potenziata grazie all’utilizzo delle applicazioni di AI, specie quelle di tipo generativo e predittivo, per ricavarne e massimizzarne il valore economico.

È evidente quindi come il dato personale, gestito attraverso l’intelligenza artificiale, rappresenti una leva di potere ed una nuova fonte di ricchezza in grado di condizionare e riscrivere la tassonomia tipica dei tradizionali modelli sociali, politici ed economici dei cd. paesi sviluppati a democrazia stabilizzata. Sotto un’altra ottica, la privatizzazione del cosiddetto digital data value sta determinando uno straordinario trasferimento di ampie porzioni di potere economico e politico dagli Stati alle Big Tech, con severe ricadute sull’economia e sulla sovranità delle nazioni. Bisogna poi sempre ricordare che i modelli algoritmici e le decisioni su di essi fondate ereditano i bias dei loro programmatori, pregiudizi del pensiero del data scientist che, insiti in quelli che vengono definiti i dati di allenamento dell’algoritmo, sono poi trasferiti negli algoritmi di decisione che potrebbero condizionare scelte ingiuste, discriminatorie o semplicemente sbagliate, all’insaputa del decisore e del soggetto destinatario della decisione. Non a caso si parla, tra gli addetti ai lavori, di opacità della decisione algoritmica che sta poi alla base della teoria della “Black Box-Society” chiaramente allusiva a una società dell’informazione fondata su “scatole nere” e caratterizzata da asimmetrie informative costituenti uno svantaggio dell’utente finale perché a fronte della opacità dell’algoritmo si staglia l’assoluta trasparenza dei dati afferenti alla vita dell’individuo e costituenti la sua identità.

Sono insomma molteplici i punti critici della riflessione sul rapporto tra tecnologia intelligente e l’essere umano, che pretendono la costruzione di una governance che potremmo definire della sostenibilità sociale o umana della tecnologia e del digitale con il fine di rafforzamento dell’architrave delle tutele ordinarie e costituzionali a presidio dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona, e ad argine di potenziali derive tecnocratiche dei sistemi sociali ed economici nei quali possano trovare spazio sia fenomeni di “algocrazia” e cioè eccessi di “discrezionalità” della tecnologia nel governo degli affari pubblici e privati sia fenomeni di “digicrazia” e cioè il potere, economico prima e politico dopo, concentrato nelle mani di pochi soggetti, per lo più corporation, che possiedono i dati di molti con il rischio latente di effetti di sopraffazione e controllo sociale e riduzione effettiva degli spazi della democrazia e delle libertà individuali anche a causa anche del sempre più frequente ricorso al cd. management algoritmico consistente nella delega di interi processi decisionali o di gestione a sistemi algoritmici basati su applicazioni di intelligenza artificiale.

È la presa d’atto del valore intrinseco della dignitas dell’essere umano, la cui centralità può consentire di porre le basi di un rivoluzionario riformismo sociale, grazie al quale fornire soluzioni sostenibili alle urgenze pressanti del tempo che viviamo, per lo più legate alle criticità e fragilità dei nostri ecosistemi. Detto diversamente, è la propensione, che già era divenuta corpo nell’Agenda 2030 dell’ONU, a piegare la tecnica e la scienza e le loro infinite applicazioni ai 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile. Una sostenibilità che a parere di chi scrive deve essere sociale prima ancora che ambientale ed economica, perché dalla prima conseguono inevitabilmente le seconde. Né si può seriamente prescindere da una preminenza assoluta dell’obiettivo di sostenibilità sociale rispetto ai restanti obiettivi di sostenibilità, dal momento che la quasi totalità dei 17 obiettivi richiede una chiave di lettura diretta o indiretta in termini di sostenibilità sociale, vieppiù ove si consideri ormai non più ulteriormente procrastinabile la necessità di creare le condizioni concrete del “benessere umano” per costruire la società 5.0 centrata sull’essere umano e che bilancia il progresso economico e tecnologico con la risoluzione dei problemi sociali in ottica di giusta valorizzazione dell’individuo e della vita.

È insomma una questione di ricostruzione del rapporto dell’essere umano non solo con la tecnica, ma persino con la scienza e la natura, rapporto rispetto al quale le tecnologie intelligenti possono e devono essere asservite contribuendo a definire un nuovo umanesimo digitale o tecnologico. Come l’umanesimo, nella storia del pensiero, dell’arte e della letteratura a cavallo tra ’300 e ’400, riportò l’essere umano al centro di tutto attraverso una rinnovata consapevolezza della sua posizione privilegiata nel mondo e nel rapporto con la natura, così l’umanesimo digitale può ribadire la posizione privilegiata dell’essere umano nel complesso degli ecosistemi moderni e lo fa attraverso l’innovazione tecnologica, che orientata da obiettivi di sostenibilità sociale, “non converte l’essere umano in una macchina, né investe le macchine del ruolo di esseri umani”, recuperando epistemicamente la componente di valore più intima della tecnologia che non è narcisisticamente e autarchicamente fine a se stessa ma una pura utilità al servizio dell’essere umano per accrescerne le capacità, il grado di civiltà e le condizioni del benessere sia come individuo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua esistenza.