Attualità

Made in Italy, catene del valore e geopolitica

Per Peter Drucker, il padre della moderna disciplina del management, «la qualità in un prodotto o servizio non è ciò che il fornitore vi mette. È ciò che il cliente ne ricava e per cui è disposto a pagare». Una definizione che si addice particolarmente ai prodotti del “Made in Italy” che sono un mix di innovazione, estetica e capacità di evocare valori culturali riferiti ai luoghi, il che risponde a un concetto di qualità globale che stimola la disponibilità a pagare dei consumatori. Nel paludato linguaggio degli economisti questo rende la domanda dei nostri prodotti “poco elastica” rispetto al prezzo e ciò spiega anche le buone performance dei nostri prodotti sui mercati internazionali.

Dopo la battuta di arresto dovuta al Covid, è stato un crescendo di recupero di posizioni all’estero per i nostri prodotti. Lo scorso anno le esportazioni hanno sfondato “quota 500” (miliardi, più in particolare sono state pari a 516 miliardi, in crescita del 18% sul 2020 e di quasi l’8% sul 2019 pre-pandemico).

Ma, per dirla con il titolo di un popolare film di Federico Fellini, “la nave va” ancora oggi. Gli ultimi dati sull’export ci danno una crescita ulteriore delle vendite all’estero, malgrado le prospettive del commercio mondiale siano in rallentamento e si assista a una abnorme crescita dei prezzi all’importazione a causa, in particolare, dell’aumento dei costi delle materie prime energetiche, ma non solo.

Indubbiamente, le buone performance sul fronte delle esportazioni sono anche il frutto della capacità delle imprese di trasferire una parte di questi incrementi dei costi sui prezzi dei prodotti destinati all’export. I valori medi unitari sono aumentati e al contempo abbiamo registrato, in particolare negli ultimi mesi, una lieve contrazione delle quantità vendute, ma la tempesta, anzi il vero e proprio tsunami dovuto alle materie prime, ha sollevato tra i flutti la barca del “Made in Italy”, ma non le ha arrecato danni fino ad ora.
Ci sono però alcuni aspetti problematici: l’Italia è un Paese “trasformatore” che non lavora solo sul mercato dei beni finiti, ma è profondamente inserita nelle cosiddette catene globali del valore. Una parte consistente delle nostre esportazioni è data dalla produzione di beni intermedi che poi entrano nelle catene di fornitura di produttori di altri Paesi. Una crescita che negli ultimi mesi è stata particolarmente consistente.

Per avere una idea, c’è tanta parte di valore aggiunto prodotto in Italia nelle esportazioni di alcuni leader mondiali in questo campo: in primo luogo della Germania e della Francia. In termini sintetici quasi il 20% del valore aggiunto prodotto in Italia è riutilizzato per essere esportato verso altri Paesi terzi. Una vera e proprio forma di esportazione indiretta.

Questa parte del “Made in Italy” per così dire invisibile rischia di essere molto esposta ai contraccolpi che derivano non solo dall’incremento dei prezzi all’importazione, ma anche all’andamento della competitività dei prodotti dei Paesi che poi a loro volta esportano i beni che contengono delle componenti italiane.

Ecco perché non basta preoccuparsi solo della diretta competitività dei nostri prodotti, ma dobbiamo fare una valutazione più ampia della capacità competitiva dei Paesi con i quali siamo legati da relazioni commerciali più strette, perché questa si riverbera su di una quota importante del nostro export che è rappresentato dalla vendita di componenti “Made in Italy”.

Tale considerazione fa emergere un ulteriore aspetto: negli ultimi anni, malgrado le lezioni della storia, gli andamenti del commercio internazionale sono stati considerati una questione di natura eminentemente economica, che aveva poco a che fare con la geopolitica.

I recenti eventi fanno tornare d’attualità il forte nesso tra commercio internazionale e geopolitica. La globalizzazione della logistica, il rilevante peso delle materie prime non solo energetiche (pensiamo alle cosiddette “terre rare” che entrano in buona parte della produzione dell’industria elettronica e di quella green) inducono a considerare con profonda attenzione le questioni di contesto non strettamente di ordine economico.

Inoltre, nella logica della stabilizzazione delle catene mondiali del valore, la quota di commercio mondiale dei Paesi con la minore stabilità politica nella graduatoria World Bank è cresciuta nel tempo passando dal 16% del 2000 al 29% nel 2018 e nei prossimi anni arriverebbe fino all’80% la quota di commercio che coinvolge Paesi che hanno peggiorato la propria stabilità politica negli ultimi anni.

Introdurre la valutazione delle variabili geo-politiche nella considerazione dei flussi di commercio mondiale, in un Paese come il nostro in cui il livello di apertura internazionale è del 62% (per avere una idea più di due volte quella degli Stati Uniti), ha un profondo impatto anche sul bagaglio di competenze che devono possedere gli export manager delle imprese. Alle skill di tipo più strettamente commerciale-operativo e di conoscenza dei mercati vanno aggiunte conoscenze e abilità di decodifica dei contesti internazionali, in termini di capacità di analisi di questi contesti e dell’evoluzione dei fenomeni locali.

In altri termini il made in Italy dovrà sempre più essere capace di fondere fattori locali di opportunità e di competitività con la conoscenza globale degli scenari geopolitico-economici, secondo i canoni di un nuovo “marketing glocale” che dovrà sempre più ispirare un approccio strategico per il “Made in Italy”.