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Imprenditorialità giovanile come hub per le competenze digitali?

Le aziende create dai giovani sono quelle che riusciranno a reagire più rapidamente alla crisi pandemica. In uno scenario in cui la digitalizzazione, che avanza a passi forzati, è la chiave di volta per la crescita competitiva, le nuove generazioni, infatti, sono quelle meglio attrezzate per interiorizzare gli strumenti della nuova tecnologia digitale e per trasformarli in opportunità di business.

Imprese giovanili: per 3 su 4 recupero del giro d’affari pre-crisi entro fine anno

La struttura delle imprese italiane è soggetta a due forze prevalenti: da un lato, la lunga crisi cominciata nel 2008, acutizzata poi dalla pandemia, e dall’altro i profondi cambiamenti nei paradigmi tecnologici. Una recente indagine del Centro Studi delle Camere di Commercio G. Tagliacarne rileva che le imprese che hanno già investito in digitale sono più reattive e recupereranno prima di altre i livelli produttivi e di fatturato del pre-pandemia. Un segmento di particolare interesse al riguardo è proprio rappresentato dalle imprese giovanili, ossia quelle i cui titolari hanno meno di 35 anni di età. Il dato sulla reattività delle imprese giovanili all’attuale crisi ci dice che tre aziende di giovani su quattro riusciranno a recuperare il giro d’affari pre-crisi già entro quest’anno proprio perché hanno già investito nella digitalizzazione dei processi, sia nella organizzazione della produzione sia nei modelli di commercializzazione.

In linea più generale, l’imprenditorialità giovanile è più aperta e fiduciosa sul futuro e più ottimista rispetto alla media delle imprese sulle prospettive di rientro dalla crisi pandemica. C’è quindi un nesso importante tra imprenditorialità giovanile e spinta ai processi di sviluppo connessa alla presumibile maggiore propensione di queste imprese all’utilizzo di strumenti digitali. In un Paese come il nostro, che è tra i leader a livello europeo per nascita di nuove aziende, ci si aspetterebbe che – anche facendo la tara al calo demografico – la componente imprenditoriale giovanile debba essere in sviluppo. E invece l’imprenditorialità giovanile conta oggi poco più di 541mila aziende, che rappresentano solo l’8,9% sul totale del registro delle imprese nazionali, ma soprattutto il dato preoccupante riguarda la dinamica dell’ultimo decennio: le imprese giovanili sono diminuite del 22,4%, mentre il calo della popolazione giovanile è stato pari all’8%. In un Paese con la demografia calante, diminuisce ancor di più la generazione di imprese rispetto alla nostra popolazione giovane.

Rapporto tra imprese giovanili e popolazione giovanile 18-34 anni (valori per 1.000)

La minore natalità di imprese fondate da giovani, assieme alle minori immissioni di giovani nelle aziende esistenti (testimoniato dagli alti tassi di disoccupazione giovanile), costituisce una potenziale trappola asfittica per il sistema produttivo italiano, che avrebbe bisogno al contrario di immissioni di competenze adeguate.

Sul mercato del lavoro diventerà ancora più dirompente il dualismo tra quella che l’economista americano Robert Reich ha definito la “classe creativa” e gli operatori di base della digitalizzazione. Una quota sempre più ridotta di lavoratori sarà portatrice delle competenze innovative capaci di disegnare i processi di trasformazione, mentre una quota crescente di addetti sarà chiamata a svolgere funzioni routinarie in una nuova “catena di montaggio” della digitalizzazione. Poi crescerà il numero delle persone escluse dai processi lavorativi perché non adeguate nemmeno a gestire la parte ripetitiva delle funzioni digitali.

La buona occupazione

Si pone quindi con forza la necessità di ripensare contesti aziendali capaci di metabolizzare queste spinte e al contempo la drammatica questione di formazione e di riconversione professionale: tra il 2021 e il 2025 il fabbisogno di personale con competenze digitali sarà pari a 2,1 milioni di addetti, mentre quello con competenze “green” sarà pari a 2,3 milioni di addetti. Non si possono perdere queste opportunità di nuova e buona occupazione. Ma sarà necessario attrezzare laboratori formativi che consentano di offrire alle imprese le competenze che saranno necessarie nel corso dei prossimi anni.

Non siamo stati in grado, nel corso dei passati decenni, di mettere in piedi una macchina formativa adeguata a gestire queste transizioni così drastiche nel mutamento delle competenze necessarie. E se si pensasse di inserire una parte di questi laboratori all’interno di imprese giovanili, che per quanto visto sono più familiari al tema digitale? La digitalizzazione non è un elemento aggiuntivo che possa fare la differenza. È un fattore abilitante che richiede proattività, non reattività. Ecco perché serve un approccio imprenditoriale per affrontare adeguatamente la questione, ma deve essere un approccio attento alla valorizzazione delle persone e non quello del big business delle grandi piattaforme.

Paesi che hanno già sperimentato la digitalizzazione comprendono la questione meglio di noi. Secondo l’accademica statunitense Shoshana Zuboff, autrice del saggio “Il capitalismo della sorveglianza”, «la maggior parte delle democrazie liberali ha ceduto la proprietà e la gestione del mondo digitale al capitale privato della sorveglianza, che ormai si contende con la democrazia i diritti e i principi fondamentali che definiranno il nostro ordine sociale in questo secolo».

Il capitalismo delle piattaforme digitali cancella i diritti tradizionali del ventesimo secolo e introduce forme di organizzazione del lavoro basate su uno sfruttamento indipendente della manodopera. In qualche modo, esso trova una risposta per i lavoratori inadeguati rispetto alle competenze della digitalizzazione, offrendo loro “lavoretti” di bassa qualità, di bassa remunerazione e senza alcun diritto. Se occorre costruire un ambiente adatto alla transizione digitale servono regole capaci di assicurare sostegno alla creazione di nuove imprese e nello specifico di quelle giovanili. Si tratta di una sfida difficile, tutta nuova, che richiede uno sforzo creativo anche per supportare lo sviluppo di modelli formativi innovativi.