Vorrei partire dal titolo del XIV Leadership Learning Lab ASFOR, “L’intelligenza oltre la superficie”, per proporvi una prima affermazione. Essere intelligenti significa saper stare al mondo: precisamente, saper stare al mondo in questo mondo, nella nostra epoca.
In questa accezione, l’intelligenza non si esaurisce nell’applicazione dell’intelletto razionale. C’è un’altra componente da prendere in considerazione. Potremmo dire che l’intelletto razionale è soltanto la metà dell’intelligenza. Per saper stare al mondo, in questo preciso mondo, probabilmente serve qualcos’altro.
Stiamo assistendo a grandi mutamenti che hanno prodotto una radicale rottura rispetto al passato. La nostra civiltà democratica è figlia della ragione illuminista. E i nostri sistemi politici – le moderne democrazie liberali – sono figli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino derivata dagli illuministi francesi. La modernità inizia sulla base di tre promesse fondamentali: libertà (contro gli antichi regimi dei tiranni), benessere (una prosperità economica crescente) e pace (il rifiuto della guerra). Questi sono stati i tre pilastri su cui si è fondata la nostra civiltà in particolare dopo il 1945 e soprattutto dal 1989 in avanti, dopo la caduta del muro di Berlino. Tuttavia, poiché siamo dentro una dimensione – la modernità – secolarizzata, la fiducia nel progresso non può essere simile alla fede religiosa, ma deve superare laicamente la prova dei fatti. Allora è lecito domandarsi come sono andate le cose negli ultimi trent’anni relativamente a quelle tre promesse.
Prima promessa: la libertà. Il rapporto di Freedom House ogni anno stila una graduatoria di tutti i Paesi del mondo dal punto di vista della libertà, ovvero della possibilità di godere dei diritti civili, delle garanzie costituzionali, delle prerogative politiche. Ebbene, la popolazione del mondo che oggi vive in Paesi liberi è una minoranza, pari al 20% del totale, tutta concentrata in Occidente. E da diciannove anni consecutivi il numero dei Paesi liberi nel mondo si riduce anno dopo anno. Inoltre, l’Economist Intelligence Unit calcola che il numero delle persone che vivono all’interno di democrazie pienamente compiute è inferiore al 7% della popolazione mondiale.
Seconda promessa: il benessere. Gli ultimi trent’anni di globalizzazione sono stati il periodo più straordinario, da questo punto di vista, nel corso della civiltà umana, visto che il PIL del mondo è più che raddoppiato. La popolazione del mondo che vive al di sotto della soglia internazionale della povertà è stata drasticamente ridotta. Questo significa che centinaia di milioni di persone sono uscite dalla condizione di indigenza in cui si trovavano (pensate alla Cina o all’India). Però, sotto i dati medi calcolati a livello mondiale si nasconde un importante dettaglio. Poco più di trent’anni fa, nel 1989, prima della caduta del muro di Berlino, il 65% del PIL a parità di potere d’acquisto del mondo era realizzato da uno sparuto numero di economie avanzate occidentali e solo il restante 35%, poco più di un terzo, era attribuibile a tutti gli altri Paesi. Trent’anni dopo, per effetto della globalizzazione, i rapporti sono completamente capovolti: le economie avanzate realizzano oggi il 41% del PIL del mondo, mentre il 59%, ben più della metà, è invece riferibile a quelli che ancora chiamiamo mercati emergenti e Paesi in via di sviluppo. Questi non sono soltanto numeri fissati su un grafico, che rappresentano come negli ultimi trent’anni sia avvenuto un vero e proprio sorpasso da parte di quelli che consideravamo Paesi di serie B. Si tratta di qualcosa che viviamo sulla nostra pelle: è il grande tema della deindustrializzazione, dei forgotten men, dei dimenticati e degli esclusi della globalizzazione.
Terza promessa: la pace. Eravamo convinti che, in ragione della forte interdipendenza raggiunta dalle economie del mondo, come risultato dei processi di globalizzazione, la pace sarebbe stata scontata e la guerra sarebbe stata solo un lontano ricordo, dimenticato sotto le rovine della storia. In realtà, i conflitti bellici nel mondo non solo non sono scomparsi, ma sono aumentati: nel 2010 si contavano 86 conflitti armati nel mondo, nell’ultimo anno il doppio: 176.
In conclusione, le promesse della modernità razionale, e delle nostre moderne democrazie liberali, hanno suscitato una profonda delusione con riferimento a tutti i tre fattori fondamentali che ho richiamato. Inoltre, le previsioni sul prossimo futuro confermano ulteriormente quanto detto. Ci sono dati che ci spingono a pensare a un vero e proprio salto d’epoca. Cito soltanto il caso della Nigeria, un Paese africano con una superficie equivalente a una volta e mezza quella della Francia. Secondo le proiezioni demografiche, nel 2070, fra meno di cinquant’anni, la popolazione della Nigeria supererà la popolazione dell’intera Unione europea a 27 Stati, con un’età mediana di 29 anni in Nigeria, 49 anni in Europa, 53 anni in Italia. Cosicché, secondo alcune previsioni, la Nigeria è destinata a diventare la quinta economia del mondo, dopo Cina, India, Stati Uniti e Indonesia, seguita da Pakistan, Egitto, Brasile. Nei primi posti della graduatoria non ci sarà più alcun Paese europeo.
La delusione è un concetto relativo: dipende dalle proprie aspettative. In Italia, nelle società europee, nelle società occidentali, fino agli Stati Uniti, siamo profondamente delusi. Il grande successo dello slogan “Make America Great Again” dell’amministrazione Trump deriva esattamente da questa delusione e dà il senso di un Paese, gli Stati Uniti d’America, che non sono più un grande Paese o comunque sono sotto la minaccia di non esserlo più. Nell’inconscio collettivo, infatti, si è sedimentata una segreta paura e ora un fantasma aleggia attraverso tutte le società occidentali: l’idea che qualcuno prenderà il nostro posto sul palco privilegiato della storia e ci spodesterà dal piedistallo del benessere. Così, abbiamo perso il conforto di una concezione teleologica – da telos: fine – della storia e della nostra esistenza.
Dopo la caduta del muro di Berlino, il crollo rovinoso dei regimi comunisti, l’affermazione incontrastata a livello mondiale del capitalismo, credevamo di essere arrivati alla tappa conclusiva dell’evoluzione della civiltà umana: la fine della storia. All’indomani del 1989 si annunciava un’epoca di radiose promesse e di belle speranze. Oggi invece stiamo metabolizzando la disillusione. Il destino dell’Occidente non è di farsi mondo, come avevamo creduto. Ma se oggi scopriamo che la storia non ha un fine – più libertà, più benessere, più pace: quelli che noi occidentali credevamo essere valori universali – e se non ci muoviamo più dentro un orizzonte di senso definito, con chiari scopi da perseguire, che cosa succede? C’è il caos. Tuttavia, per noi è impossibile vivere senza dare un senso al mondo. Allora, se viene meno la concezione di uno storicismo provvidenzialistico, con che cosa la sostituiamo?
Dobbiamo fare uno sforzo di comprensione di quello che sta accadendo, anche mettendo da parte le categorie del passato. Io dico che, se non condividiamo più quella concezione teleologica della storia, allora torna il mito. Per comprendere quello a cui stiamo assistendo – e che spesso ci lascia sbigottiti – dobbiamo ricorrere al mito, che sta cambiando le stesse categorie del politico.
Con la ragione illuminista abbiamo pensato di creare l’ordine, il benessere, il diritto, la pace. Mentre il mito è per definizione funesto, tragico, fatale. Noi ricordiamo sempre Prometeo che dona il fuoco agli umani, segno di emancipazione, conoscenza, progresso. Ma ci dimentichiamo il Prometeo incatenato a una roccia, con un avvoltoio che gli squarcia il petto e ogni giorno ritorna per divorargli il fegato. La forza tragica del mito è presente sin dai primi versi del poema di Omero, che è all’origine della cultura occidentale: “Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei”. Pensate all’Edipo di Sofocle, la tragedia più grande: c’è un parricidio e un incesto. Pensate anche ad Abramo che alza il pugnale sul figlio Isacco o a Caino che sparge il sangue del fratello Abele. All’origine del pensiero occidentale c’è il caos, l’irrazionalità, la tragedia. Il mito, dunque, ci permette di spiegare molto di quanto sta succedendo. Il mito di un presunto destino egemonico del popolo russo, di cui si imbeve il nazionalismo imperialista putiniano. Il rinverdito mito della frontiera, per tornare a fare grande l’America, anche a costo di ridisegnare con la forza le carte geografiche.
Poiché abbiamo maturato una cocente disillusione rispetto alle promesse non mantenute della modernità, ciò che oggi stiamo vivendo, nel salto d’epoca, è il ritorno del mito, con un’alleanza straordinaria con le supertecnologie (i razzi lanciati nello spazio, i satelliti che orbitano intorno al pianeta, il potere taumaturgico dell’intelligenza artificiale). Anche nel teatro antico, del resto, si usavano i dispositivi della tecnica allora disponibili attraverso l’espediente del deus ex machina: un sistema di argani e funi che serviva a compiere la narrazione del mito.
In definitiva, qual è il punto? Se noi continuiamo a guardare quanto sta accadendo con un atteggiamento tra lo sbigottito e lo scandalizzato, liquidando tutta la questione incolpando i leader politici populisti, temo che rischiamo di non capire le profonde radici storiche, sociali ed economiche di quanto è accaduto. Il vicepresidente statunitense JD Vance, altro protagonista di questa stagione, ha scritto un libro che in Italia è stato tradotto con un titolo non fedele all’originale, ovvero Elegia americana, mentre il titolo originale è Hillbilly Elegy: un titolo originale certamente difficile da tradurre, che suonerebbe come “elegia del bifolco”. Il libro racconta la sua storia personale, la storia di un forgotten man, cioè uno di quei bianchi del Midwest, della profonda provincia americana, che in questi anni si sono persi nelle pieghe della deindustrializzazione e hanno visto non soltanto crollare le proprie condizioni economiche, ma anche peggiorare il proprio posizionamento sociale, con il proprio orgoglio ferito, la propria dignità calpestata. Il fatto che lui abbia potuto studiare e abbia cominciato a fare politica, e che oggi sia diventato vicepresidente degli Stati Uniti, è una potentissima narrazione del riscatto.
Tutto questo, come dicevo in apertura, ha a che fare soltanto in parte con l’intelletto razionale. Non possiamo trascurare ciò che le grandi trasformazioni economiche e sociali hanno comportato su un’altra dimensione, che pure è costitutiva dell’intelligenza, se essere intelligenti significa saper stare al mondo in questo mondo.
Un’ultima considerazione mi permette di dire come sono cambiate radicalmente le categorie del politico. Consideriamo un altro personaggio di primo piano protagonista di questa stagione, Elon Musk, consumatore, per sua candida ammissione, di cannabis e ketamina. In questo caso è la danza sfrenata di Dioniso ad aver occupato la scena: lo spirito dionisiaco ritorna ad affermarsi sullo spirito apollineo. Pensare di liquidare la questione adottando un punto di vista elitario, con il sopracciglio alzato, puntando il dito contro la manipolazione demagogica da parte di alcuni leader spregiudicati, non ci fa capire veramente quanto è accaduto. Uso una iperbole: chissà quanti Hitler ci sarebbero stati nella storia! Noi ne conosciamo soltanto uno, perché è capitato al momento giusto nel posto giusto, ovvero dentro la profonda crisi della Repubblica di Weimar, una crisi economica, sociale, politica, intellettuale, con tassi di disoccupazione alle stelle, una inflazione altissima, violenza diffusa nelle strade delle città tedesche, in una Germania incupita da un senso di sconfitta morale che derivava dall’esito catastrofico della Prima guerra mondiale. Ebbene, Hitler poté affermarsi, venendo nominato cancelliere del Reich nel ’33, sulla base di un larghissimo consenso sociale.
Ecco, in definitiva, il senso del mio preoccupato richiamo, che ha cercato di ispirarsi al titolo dell’evento, “L’intelligenza oltre la superficie”. Io credo che dobbiamo fare i conti fino in fondo con il fatto che sono profondamente cambiate le categorie del politico. Il diritto soccombe davanti alla forza, la verità dimostrata cede davanti alle certezze credute, il logos è vittima delle furie mitiche. E la danza dionisiaca, ebbra e scomposta, si esibisce attraverso parole e gesti tracotanti, fuori misura, spiazzanti. Credo che difficilmente riusciremo a comprendere tutto ciò fino in fondo, se non capiamo che le categorie del politico sono mutate per effetto della grande disillusione rispetto alle promesse tradite della modernità: libertà, benessere e pace.