Il coraggio dell'utopia

La Nazione Liquida. Intervista a Lorenzo Ait

LeaderWorld

Una conversazione di Marco Vergeat con l’imprenditore Lorenzo Ait, autore del libro “La Nazione liquida”, in questo articolo scritto in collaborazione con Matteo Lucchini


Cercavo ispirazione e contenuti per scrivere un pezzo adatto per questo numero di formaFuturi, le parole chiave per la ricerca erano “imprese a rete”, “reti sociali”, “valore della rete”, “essere manager e leader nella società liquida”. Volevo trovare qualcosa o qualcuno che affrontasse la questione con idee e prospettive diverse dalle mie e, girovagando in libreria, mi sono imbattuto in Lorenzo Ait, anzi in due dei suoi libri: “Il business liquido non è una scelta” e “La Nazione liquida”. Li ho sfogliati, poi ne ho letto uno dei due. Ho chiamato l’editore, che ho scoperto essere una vecchia conoscenza, gentilmente mi ha dato i suoi rifermenti e ne è scaturita questa intervista, che ho realizzato insieme a Matteo Lucchini. Veloce, non retorica e a tratti provocante, una conversazione che ci fa riflettere come manager, come imprenditori e come formatori di management.

Nei suoi ultimi libri definisce liquidi tutti gli ambiti della nostra vita. Viviamo in una società reticolare e liquida. A Zygmunt Baumann, che ha coniato questa definizione, la società liquida non piace, lo preoccupa, la considera una realtà distopica. Lei invece tratteggia il profilo di una società che è dentro una grande transizione, una fase storica interessante e piena di opportunità. È così?

È una lettura corretta, a Baumann la visione del “business liquido” e l’approccio che ho costruito, ispirandomi anche alla sua lettura, non sarebbe piaciuta. Per Baumann la società liquida è una distopia. Il motivo principale è che le persone cessano di essere “individui” con un’identità sociale e politica e diventano consumatori, “homo dolor”. Questo è agghiacciante dal punto di vista umano, ma da un punto di vista strettamente e cinicamente imprenditoriale fa scorgere anche opportunità e determina inevitabilmente dinamiche di investimento che non sono una scelta, ma una necessità. Siamo immersi in un’economia regolata da dati e algoritmi, governata da multinazionali che hanno creato una sorta di sovrastato (quella che chiamo “la Nazione Liquida”), e che governano il mondo con uno scopo: rendere più semplice ad altri la possibilità di ottenere risultati e realizzare guadagni grazie a loro. Non lo fanno per bontà, ma per mantenere centralità nelle nostre vite e in questo modo mantenere un’influenza enorme e globale. Non tutti i mali però vengono per nuocere, in quanto ci hanno permesso, con una grandissima efficacia, di fare cose fino a ieri impensabili: dieci anni fa comunicare a distanza, fare broadcasting di noi stessi, fare indagini di mercato da casa, erano cose accessibili solo a leviatani. Fare un’interurbana costava molto e bisognava fare conversazioni brevi. Oggi possiamo parlare da Palermo a Milano senza costi… era impensabile. Questo, ad esempio, permette di inventarsi business che possono bypassare i limiti geografici. Quindi un imprenditore coglie anche i vantaggi di una società liquida, ma sono d’accordo con Baumann, la società liquida è distopica. Trasforma l’essere cittadino in un consumatore ricorsivo. I servizi stanno diventando tutti in abbonamento, non è importante se vai o no in palestra, è importante che la paghi. Non importa se vai o no cinema, ma che paghi l’abbonamento alla web tv. Non è più importante che tu faccia le cose, bensì che grazie a un minimo di reddito garantito tu possa diventare un consumatore ricorsivo. L’atto del pagamento si è via via spersonalizzato, è diventato virtuale. Ci sembrava una grande novità pagare con la carta, mentre oggi puoi non accorgerti della transazione. Anche i negozi Amazon Go fanno così, prendi gli oggetti e te ne vai… è l’intelligenza artificiale che elabora il pagamento. Queste multinazionali investono miliardi nel renderci oltremodo facile l’acquisto perché questo ci rende ottimi consumatori ricorsivi, ottimi cittadini della società liquida. Ci sarà un momento in cui non decideremo più nemmeno l’acquisto, acquisteranno per noi.

Quali caratteristiche e fenomeni per lei vale la pena di sottolineare perché più di altri ci permettono di capire la realtà in cui viviamo?

Un prima caratteristica è che la dimensione liquida non è né analogica né digitale, è ibrida. È un ibrido di cui non ti rendi conto. Stai agendo nella realtà liquida quando la tua azione fisica produce un risultato sull’universo digitale senza che tu ne abbia nemmeno la consapevolezza. Quando io e lei parliamo e in quel momento l’intelligenza artificiale mi ascolta e registra le mie preferenze senza io che ne sia consapevole, questa è “liquidità”, cioè quando sto vivendo contemporaneamente due realtà e non me ne rendo conto. Cercare un’informazione su internet non è “liquido”, non è liquido se invio i dati della bilancia al dietologo, ma se la mia bilancia manda i dati al mio frigorifero e lui magari ordina la spesa, questa è liquidità. Non avviene ancora, ma accadrà.

Un’altra caratteristica è che la tecnologia modifica i comportamenti senza che ne siamo consapevoli. Non ci ricordiamo quando hanno smesso di mandarci a casa lo stradario perché abbiamo smesso di usarlo molto prima. Abbiamo smesso di usarlo, senza che ci chiedessero un parere o che ci insegnassero qualcosa di nuovo. Ci hanno installato una tecnologia che ha dato molti più vantaggi rispetto alla tecnologia fisica e ciò ha cambiato le nostre abitudini. Ancora, perdiamo la dimensione del tempo: questa conversazione se fosse diffusa online potrebbe continuare ad esistere nella rete. Attila e Hitler nella testa dell’ultima generazione dei Centennials, vivono nello stesso periodo, non c’è più differenza tra la Seconda Guerra Mondiale e la prima guerra punica, fa tutto parte di uno stesso grande discorso che non è collocato su una linea temporale consapevole. La narrazione è contemporanea, continua e partecipata, con un arco narrativo che rimane aperto. Oggi la società ha bisogno di narratori. I narratori di oggi talvolta sono i grandi imprenditori. Baumann muore raccontando la società liquida e il suo testimone lo prende in mano Elon Musk. Ci parla della conquista di Marte che non è mai avvenuta e ci parla oggi del superamento del motore a scoppio che non è mai avvenuto, ma che rischiamo di dare tutti per assodato.

Usiamo e sostituiamo le tecnologie senza bisogno né di capirle né conoscerle…

Si tratta dell’approccio Human Centred Design, una volta le tecnologie avevano libretto di istruzioni, oggi non ce ne è più bisogno perché l’UX (User Experience) è diventata più importante della tecnologia.

Primo esempio, come scegliamo un’app? Scarichiamo le prime due o tre, ci giochiamo un po’ e vediamo quella con cui ci troviamo meglio, ovvero quella con la UX che è più confacente alla mia fascia di età, al mio target, alla mia “buyer personas”. Tutte le “gestures” sono studiate da chi crea la User Experience di un’app in base al target e a seconda della fascia di età. È la tecnologia che si adatta a funzionare come è comodo per il fruitore. Non studi più il libretto di istruzioni, sono loro che ti studiano per offrirti la cosa più comoda. Ciò genera comodità, ma anche pigrizia mentale, diventa un’abitudine il fatto che le cose debbano essere semplici e non ci debba essere alcuno sforzo per utilizzarle.

Un secondo esempio: per usare il fuoco, non serviva conoscere la natura fisica del fenomeno, ma almeno dovevi capire come accenderlo. Con luce elettrica già abbiamo fatto un bel salto: basta premere un pulsante e non sono tenuto a sapere come e perché il filamento della lampadina diventa incandescente e illumina. Adesso siamo all’estremo, pensiamo a cose come il GPS o a Siri o ad Alexa, siamo avvolti da tecnologie di cui non conosciamo nulla, ma che funzionano e talvolta sono chiamate a pensare al posto nostro. Ciò naturalmente induce un’enorme pigrizia mentale e anche l’idea di vivere in un mondo che fatico a comprendere.

Lei sottolinea la necessità di coltivare il talento e la conoscenza nell’intera vita. Una condizione importante per essere un soggetto dalle molteplici potenzialità. Che cosa in sintesi suggerisce?

Suggerisco una soluzione che è figlia dei nostri tempi, di una fase di grande e rapidi cambiamenti. Ci si è interrogati per anni sulla competenza verticale o orizzontale, su quale delle due fosse meglio. La teoria della competenza a T risponde ad un’esigenza dei nostri tempi: è necessario sviluppare una o più competenze verticali approfondite, ma allo stesso tempo coltivare, anche se in modo meno approfondito, le conoscenze orizzontali. In questo modo, grazie ad un mix sempre vivo di competenze verticali e conoscenze orizzontali, riesci ad agire e a collaborare in modo trasversale. Questo vale per il singolo che riesce meglio a trasferire da un contesto ad un altro ciò che “sa” e che “sa fare”, ma ancor di più vale nei team cross funzionali e cross disciplinari che sempre di più sono necessari per far fronte alla complessità e per innovare.

Come si deve comportare un’impresa per avere successo nella Nazione Liquida?

Ci sarebbero tante risposte possibili, ma la più importante è che la “Nazione Liquida” favorisce e richiede l’approccio cooperativo. Non per buonismo (si può anche essere schiavisti con un approccio cooperativo), ma per necessità. È la necessità che porta i diversi competitor a cooperare, nei sistemi complessi e organici generati nella società liquida. Si creano situazioni in cui tu sei risorsa per gli altri in un sistema complesso e a rete con nodi e connessioni. Quello che ci spaventa dei sistemi complessi e reticolari è che se li guardi nell’insieme sono completamente diversi dalle singole parti che li compongono. Un tipico sistema complesso è il nostro organismo, dove ogni cellula non assomiglia a noi. Il sistema complessivo fa qualcosa di completamente diverso dalle singole parti che lo compongono. Nella società liquida devi avere un approccio cooperativo, sopravvivi e ti sviluppi in un sistema complesso, se sei utile alla maggior parte degli elementi del sistema.

Diventa rilevante non solo la competenza, ma se nel sistema dimostri di aggiungere valore per gli altri nodi della rete…

In un sistema complesso sei cooperativo quando crei beni complementari al tuo, quando ad esempio inventi l’iPhone e contemporaneamente apri al mercato delle App. Queste ultime poi sono chiave per sfruttare le potenzialità dello smartphone. Non è un fatto filosofico, è pratico. Si tratta di creare le condizioni che agevolino la produzione di beni complementari. Come sappiamo, ciò porta un incremento di domanda e offerta. Le piccole imprese, come ce ne sono molte in Italia, non possono comportarsi come se fossero Facebook o Apple, ma ad esempio possono fare accordi con potenziali competitor, geograficamente lontani da loro, per creare una rete più capillare e decentrata, in grado di servire clienti che non potrebbero raggiungere altrimenti. Quando si diceva “pensa globale e agisci locale” era uno slogan, oggi è realtà. Oggi il mio negoziante di quartiere è l’unico che può darmi un servizio migliore di Amazon, mi conosce meglio e può consegnarmi in due ore la merce, più velocemente di Amazon. Puoi pensare globale facendo rete con competitor lontani, e agire localmente. È in questo la distopia consiste nel fatto che non hai più scelta.

Sostiene che la realtà ibrida analogico-digitale, sta cambiando anche il ruolo dei manager, in che modo?

Nel rapporto che i manager hanno coi numeri. Parafrasando Sergio Leone si potrebbe dire che: “quando un uomo con le parole incontra un uomo con i dati, quello con le parole è un uomo morto”. Oggi il manager deve riuscire a interpretare i numeri e non è facile, le macchine calcolano i dati e noi dobbiamo interpretarli. Oggi la rilevanza delle opinioni delle persone più pagate nella stanza rischia di essere sostituita dall’Intelligenza Artificiale. I manager devono imparare a mantenere il controllo sui dati, decidendo come interpretarli per prendere decisioni.

Un esempio interessante. Durante la Seconda Guerra Mondiale, venne chiamato uno statistico per capire quale parte dell’aereo rafforzare per resistere alla contraerea nemica: i dati indicavano in quali punti gli aerei riportavano più fori di proiettile, in quel caso però il dato andava interpretato e lui fu eccellente in questo. Se fosse intervenuto sulle superfici forate, avrebbe rafforzato e appesantito quelle parti che in realtà erano di aerei ritornati alla base. Quelli abbattuti, che non erano tornati, evidentemente erano stati colpiti in altri punti, più vitali. Dovevano essere rinforzati quei punti e non gli altri.

Come cambierà invece secondo lei il mondo del lavoro?
Difficile dirlo, ma forse non esisterà più il mondo del lavoro per come lo conosciamo. Ci saranno due tipi di classi sociali e il virtuoso, per così dire, starà nel mezzo. Ci sarà chi percepirà un “reddito di cittadinanza” e vivrà in una sorta di villaggio “all-inclusive”, questo perché la società liquida ha bisogno che le persone continuino a consumare. I veri poveri forse non sapranno nemmeno quanto lo sono; poi ci saranno coloro che fanno lavori iper-dinamici, super-impegnativi e super pagati, ma senza tempo libero e pagheranno il reddito anche agli altri. In mezzo ci sarà una fascia di illuminati, che riusciranno a trovare un equilibrio attraverso la consapevolezza di sé stessi. Quelli che sapranno seguire gli insegnamenti che ci vengono dagli antichi greci “conosci te stesso, scopri il tuo demone e seguilo nella giusta misura”, quindi sapranno sfruttare i meccanismi più vantaggiosi della società liquida, ma senza rimanere intrappolati nell’ossessione di una scalata che non ha fine.

Le qualità e le potenzialità dell’Italia da molti sono sottovalutate, spesso dagli italiani stessi. Quale futuro possibile per l’Italia vede e cosa si può fare per aiutare a realizzarlo?

All’estero se vai da un investitore e dici che la tua azienda è italiana nessuno investe su di te (governi instabili, poca certezza del diritto, burocrazia, etc) se dici che hai un team italiano o alcuni membri del team italiani, è considerato un valore aggiunto e le aspettative schizzano in alto. Singolarmente gli italiani possono fare la cosa che gli viene meglio in una società liquida sfruttare il loro genio, che è fatto anche di flessibilità, adattabilità, ma anche della proverbiale “furbizia”. Se comincio a raccontare una barzelletta, e l’incipit recita che ci sono un francese tedesco italiano sappiamo già che l’italiano sarà il più furbo di tutti… il problema degli italiani spesso è proprio questo: son furbi e trovano la scappatoia. Se gli italiani non fossero furbi sarebbero i primi in tutto; purtroppo, la furbizia è un’arte individuale: non puoi ragionare da furbo e agire in cooperazione, ma solo in competizione gli uni con gli altri e questo non permette all’Italia di essere competitiva fra nazioni. Solo quando ragioni collettivamente puoi fare il bene per te stesso e per la collettività, ma noi siamo ancora poco capaci di ragionare collettivamente, forse perché siamo sempre stati dominati. Pochi lo sanno, ma abbiamo i migliori sviluppatori, i migliori project manager, in generale le migliori eccellenze. La creatività italiana può fare la differenza… “it” è il suffisso della nostra nazione, ma significa anche Internet Technology, prendiamolo come un segno del destino.

IL PERSONAGGIO
Lorenzo Ait, imprenditore romano classe 1980, è il maggiore azionista di LBG Holding, gruppo imprenditoriale che fornisce servizi di team as a service per lo sviluppo tecnologico e di scale up a startup, acceleratori e fondi di investimento. All’interno di LBG ricopre il ruolo di strategist e CSO. Vive a Palermo con la moglie e i due figli. Da lì gestisce le sue molteplici attività, viaggiando spesso. È autore di vari libri, tra cui “Startup in 21 giorni”, “La rivoluzione dei precari”, “Idiozie geniali”, “Il business liquido non è una scelta”. Nel 2020 ha pubblicato “La Nazione liquida. 17 indizi per capire la nuova realtà ibrida e viverla da protagonisti”, edito da ROI Edizioni.

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