Rivoluzione digitale e dintorni

Il timore della diseguaglianza tecnologica… ma rispetto a cosa?

Disruptive work @digital

La disuguaglianza nel digitale non riguarda solo l’accesso alla tecnologia, ma il modo in cui questa viene progettata e utilizzata. Andrea Granelli riflette sul valore della fragilità tecnologica come leva per un’innovazione più sostenibile e accessibile


“La tecnologia è seducente quando i suoi richiami incontrano la nostra umana vulnerabilità” (Sherry Turkle, Alone Together)

Disuguaglianza /dizugwa’ʎantsa/ (o diseguaglianza) s. f. [der. di uguaglianza (o eguaglianza), col pref. dis-¹]. – 1. [l’esser diverso e ciò per cui due cose sono diverse] ≈ e ↔ [→ DIVERSITÀ (1)] 2. [differenza di condizione sociale, economica e simili: abolire le d. sociali] ≈ disparità, divario, (burocr.) sperequazione. ↔ parità, (burocr.) perequazione, uguaglianza.

La disuguaglianza – ci dice la Treccani – è una condizione in cui gli individui non hanno eguale accesso alle ricompense sociali o sono discriminati quali destinatari dei meccanismi pubblici di redistribuzione delle risorse in virtù di caratteristiche ascritte (razza, etnia ecc.) o acquisite (status sociale o economico ecc.). Le società complesse sono caratterizzate da una stratificazione sociale molto diversificata e da una struttura sistematica.

La diseguaglianza è sempre considerata in riferimento a un modello ideale e da diffondere. Il non-eguale è colui che – per diritto o nei fatti – non può accedere a qualcosa che è considerato utile e necessario per tutti. Ma la tecnologia digitale come pensata dalle Big Tech statunitensi è così necessaria? La questione non è, forse, il digitale ma quale digitale?

Nel mondo della tecnologia (ma anche nel marketing), dunque, questo concetto può avere una diversa coloritura. Non sempre la standardizzazione e l’omogeneizzazione, che il concetto di uguale richiama, sono validi.

Byung-Chul Han, nel suo “L’espulsione dell’altro”, ci fornisce una lettura diversa: «Su Internet non siamo che turisti. Non siamo più l’homo doloris che abita le soglie. I turisti non fanno alcuna esperienza che implica trasformazione e dolore. Perciò restano uguali a se stessi. Essi viaggiano attraverso l’inferno dell’Uguale. […] La proliferazione dell’Uguale dà luogo a quei mutamenti patologici che infestano il corpo sociale».

Inoltre, spesso le parole prescelte possono dare indicazioni, in filigrana, su pre-giudizi e strategie comunicative. Un elemento di eguaglianza è oggi considerata l’alfabetizzazione digitale. Ma davvero è questo tipo di formazione che serve? Un saper battere i tasti senza pensiero critico e spesso in modo compulsivo? Un saper citare le tecnologie di grido senza capirne utilità, precondizioni d’uso e soprattutto effetti collaterali?

Forse è proprio la fragilità tecnologica la nostra salvezza, quello sguardo stupito ma sempre legato a una sorta di timore tipico dei bambini … capace di tenerci sempre in guardia, che ci ricorda che siamo deboli rispetto ai poteri che si celano dietro, e che anzi – dopo l’elezione di Trump – hanno deciso di manifestarsi il più possibile per riaffermare il loro imperio sul mondo.

È proprio la fragilità – l’incompletezza che richiama – che ci può rendere forti, che riattiva il pensiero creativo, che ci spinge a cercare nuove soluzioni più alla nostra portata. Questo è lo stato mentale che fa emergere l’anti-fragilità, ben descritta dall’economista Nassim Nicholas Taleb. Anti-fragilità che non va intesa come l’opposto della fragilità, quanto piuttosto come la capacità di trovare benefici anche nelle avversità. L’anti-fragile è ciò che migliora dopo aver subito un danno, attraverso meccanismi di anticipazione e di sovra-compensazione. Non rifiuta le crisi, ma le utilizza, diventando disastro-resistente. E ciò avviene a chi si considera non uguale al mainstream ma un po’ fuori-posto, un po’ inadeguato …e per questo alla continua ricerca di elementi che lo possano irrobustire.

È la teoria della Yougad innovation, l’innovazione frugale, teorizzata dieci anni fa dagli autori indiani Navi Radjou, Jaideep Prabhu, Simone Ahuja e appartenente allo stesso filone dell’arte di arrangiarsi partenopea. È un’abilità – molto sostenibile e a km zero – legata al riuscire a inventare proprio perché si ha poco, una reazione intelligente a limiti e vincoli (naturali o anche imposti, come i dazi o la brevettazione) che creano le disuguaglianze; una sorta di design thinking a base zero.

Ricorda molto l’intelligenza metica greca, quella arguzia – legata al pensiero laterale, all’intuizione femminile, all’abilità mimetica di alcuni animali – chiamata dagli antichi metis e contrapposta al logos, al pensiero razionale e calcolante, alla forza pura delle armi. Un’intelligenza pragmatica e adattiva di cui era molto dotato anche Ulisse, per questo motivo chiamato spesso da Omero polumetis, e cioè colui che possiede molte metis. E fu proprio questa sua straordinaria abilità, che gli consentì di vincere la guerra di Troia non con la forza ma con l’inganno seduttivo del cavallo di legno, e di sopravvivere al lunghissimo e periglioso viaggio di ritorno, superando situazioni complicatissime come l’imprigionamento nella caverna di Polifemo.

Questa innovazione frugale inizia ad essere applicata anche alla tecnologia – soprattutto nell’IA – grazie a questo tipo di ragionamento: non abbiamo i soldi per crescere di potenza computazionale (e forse è anche inutile e dispendioso farlo) né possediamo fonti naturali di energia e quindi dobbiamo necessariamente inventare un sistema capace di usare al meglio quello di cui già disponiamo.

Questo uso arguto del digitale per orientare l’innovazione è sempre più necessario. Non possiamo infatti più permetterci di sprecare risorse. Anche per questi motivi la piattaforma cinese di IA DeepSeek ha spiazzato, soprattutto negli Stati Uniti. È come se il mondo si stesse dividendo – sul concetto di innovazione digitale (ma non solo …) – in due grandi blocchi: Nord-occidentale e Sud-orientale. Chi ha meno soldi, può comprare meno chip e dipende energeticamente da altri Paesi, deve inventare qualcosa di diverso e molto più sostenibile economicamente, che esca dal main stream del modello nato in Silicon Valley e strettamente legato al mondo della finanza, del Venture Capital e della borsa. Una parte rilevante di questa innovazione non è infatti finanziata da utili e dividendi ma dalla vendita di azioni il cui valore contiene la crescita che promettono. Incomincia però a serpeggiare il dubbio che questo “schema Ponzi” possa davvero saltare.

Inoltre, l’essere dis-eguale in quanto sotto la media – è qui che si innesta il concetto di fragilità – apre a un’ulteriore considerazione. In un fondamentale articolo uscito nel 1977 su Harvard Business Review (Managers and Leaders: Are They Different?), lo psicanalista Abraham Zaleznik ha osservato che spesso i grandi leader sono twice-born, nati due volte. Questi leader, quando sono caduti, hanno toccato il fondo e sono entrati in contatto con la propria fragilità, ma hanno però imparato a conoscerla, a conviverci, a sfruttarla. Infatti, quando si rialzano – e non tutti ci riescono – sono più forti in quanto rinascono. Un caso noto è Steve Jobs, che ricorda questa fase della sua vita nel celebre discorso di Stanford. È utile richiamare in modo esteso il passaggio: «Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita …  Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. È stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però».

 

 

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