Rivoluzione digitale e dintorni

Hopeless, spaceless

Open learning

Fanno riflettere dati della ricerca ASFOR-ISVI comunicati durante il XIII Leadership Learning Lab del 22 novembre scorso. Fa riflettere vedere come i lavoratori siano in gran parte soddisfatti (82%) del loro lavoro, in particolare delle relazioni con i colleghi, delle mansioni svolte e anche degli orari di ufficio, ma che allo stesso tempo vi siano motivi di “rancore”. Infatti, il 72% ritiene di dare all’azienda più di quanto riceve e solo il 45% pensa di avere possibilità di crescita professionale. La tesi dei ricercatori, dunque, è che, se non si vedono prospettive professionali, il lavoro smette di essere una leva identitaria e di crescita personale e sociale. Vi è una “lateralizzazione” del lavoro stesso nelle priorità personali e, quindi, un dirottamento degli investimenti psichici su altri aspetti.

In questa logica può essere letta la propensione ambivalente verso il modello dello smart working: da un lato le imprese vorrebbero tornare alla normalità, dall’altro molti lavoratori vorrebbero mantenere il lavoro a distanza.

Ho già avuto modo di riflettere nel mio precedente articolo, riprendendo le tesi dello psicoanalista Paulo Barone, sull’emergere dell’introversione (ovvero la centratura su di sé) soprattutto presso le nuove generazioni. Fenomeno che potrebbe essere una risposta alla crisi dei valori della modernità. Ho sostenuto, dunque, che la propensione allo smart working potrebbe rappresentare un bisogno di introversione sempre più diffuso.

In questa sede possiamo provare a individuare un altro motivo che produce tensione tra impresa e persone rispetto all’adozione del lavoro ibrido. Infatti, leggendo il saggio “Surviving Covid-19: The Neuroscience of Smart Working and Distance Learning” di Giuseppe Riva, Brenda K. Wiederhold e Fabrizia Mantovani pubblicata sulla rivista scientifica Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking (nel febbraio del 2021) si può comprendere che la non frequentazione del luogo di lavoro produce proprio una riduzione dell’identità sociale e professionale della persona. Sono i cosiddetti neuroni GPS scoperti dai coniugi Moser, premi Nobel per la Medicina nel 2014, a svolgere un ruolo fondamentale nel fissare e richiamare i ricordi. I GPS, infatti, collegano il luogo al ricordo. Il luogo si integra nella memoria, fa parte della biografia della persona e ne costruisce l’identità. Quindi ci si sente un lavoratore della produzione o della logistica perché tutti i giorni ci si reca in stabilimento o in magazzino.

Dunque, intuisco che potrebbe anche essere vero il contrario, rispetto a quanto affermato dai tre autori. Se, come abbiamo visto nella ricerca ASFOR-ISVI, si è disillusi verso le organizzazioni, incapaci di alimentare la speranza e la progettualità per il futuro, allora è meglio evitare uno dei processi che favorisce l’identificazione: la collocazione fisica nel luogo di lavoro. Di fronte a un’azienda stressante, dominata dall’incertezza e impossibilitata a fare promesse, è meglio tenere le distanze e stare a casa. È meglio non illudersi e investire solo su ciò che con più probabilità produrrà valore: se stessi, la famiglia, gli affetti.

Se si è senza speranza (hopeless) è meglio non andare sul luogo di lavoro (spaceless). In questo modo si soffre di meno.

 

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