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Intelligenze multiple e introversione

Open learning

Nella tappa del 22 settembre scorso del Grand Tour di APAFORM a Bari presso Spegea/Mete, ho portato una riflessione sulle intelligenze multiple e sulle loro implicazioni nel mondo contemporaneo. Quella che segue è una sintesi del mio intervento


Il modello delle intelligenze multiple si deve allo psicologo Howard Gardner che negli anni ‘80, partendo dallo studio di soggetti con lesioni al cervello, ha individuato forme diverse di intelligenza. Per tale motivo chiedersi quanto una persona sia intelligente significa innanzitutto domandarsi a quale intelligenza ci si stia riferendo. Questi studi ci portano ad affermare che, se disponiamo di più intelligenze, vuol dire che siamo individui, ma che, al tempo stesso, siamo espressione di una molteplicità. Ovvero che ognuno di noi, è al tempo stesso un singolo e il risultato di un confronto tra dimensioni diverse. Tema questo ampiamente sviluppato dalla letteratura alla fine degli anni ‘80 (Napolitani, 1987; Elster, 1991).

La diversità è molto importante anche in azienda, proprio perché si è compreso che la performance arriva attraverso il contributo di soggetti che sono complementari. Quindi è del tutto logico pensare che la molteplicità delle intelligenze sia un valore. Ma questo accade se vi è la giusta cultura aziendale. La diversità produce ricchezza ma anche ambiguità. Serve una cultura che non ragioni solo in termini di ottimizzazione ed efficienza, ma di ridondanza. Ovvero bisogna accettare che vi siano risorse che non sono pienamente utilizzate. Oppure vi siano risorse in eccesso.  Allora questo è un buon motivo per lavorare sulle intelligenze multiple.

Questo significa anche mettere in discussione una cosa fondamentale: il concetto di identità dell’organizzazione. Quando si parla di identità aziendale si parla di coerenza o di valori condivisi. Tuttavia, per affermare questa coerenza bisogna chiudere gli occhi su tante cose che non c’entrano con il modello identitario che si va riconoscendo. Al massimo potremmo dire, seguendo l’antropologo Francesco Remotti (2021), che una comunità aziendale è un gruppo di somiglianti. Le persone hanno delle cose in comune perciò lavorano insieme. Ma sono talvolta così diverse da non potersi parlare di identità condivisa.

Un aspetto importante su cui riflettere riguarda l’uso che facciamo delle intelligenze multiple. Io non darei per scontato che le intelligenze multiple siano a disposizione nei contesti professionali. Che siano cioè totalmente accessibili. La novità degli ultimi venti anni è il rendersi sempre più evidente delle dinamiche individuali. La letteratura psicoanalitica parla, sempre più spesso, di narcisismo (vedi tra gli altri Lingiardi, 2021), favorito, è vero, dagli strumenti social, ma anche attivato dalle dinamiche consumistiche che, sin dal boom economico, hanno messo sempre di più al centro il cliente. Pensiamo, per esempio, come Amazon ci coccoli, con una piattaforma d’acquisto che soddisfa tutti i nostri desideri con un clic.

La centratura dell’individuo su sé stesso, più che sul mondo, ha degli impatti molto rilevanti nelle organizzazioni di lavoro. Qualcuno si lamenta, per esempio, che i giovani non siano sufficientemente propositivi, che avrebbero delle resistenze a dedicarsi totalmente all’azienda. Che sarebbero incomprensibilmente votati allo smart working, più che al lavoro in presenza. Per comprendere questo fenomeno ho fatto una lettura estiva veramente ispirante: il testo dello psichiatra Paulo Barone dal titolo Il bisogno di introversione (2023). In questo libro si sostiene la tesi, citando Jung, che la modernità abbia favorito l’estroversione, la centratura sulla realtà esterna. La crisi della modernità (dovuta al tradimento delle sue promesse, tra cui il benessere distribuito) porterebbe invece un ritorno all’introversione. Alla centratura più su di sé, che sul mondo. Quindi è giusto sviluppare le intelligenze, ma non aspettiamoci che i giovani le giochino in azienda. Ho fatto una piccola verifica chiedendo a mia figlia di 21 anni se si ritrovasse in questa tesi. Lei mi ha risposto di sì. Al mio “perché?” ha risposto “Perché le nostre proposte non verrebbero capite”. Mi è venuto allora in mente il sociologo Zygmunt Bauman che diceva che “le aziende contemporanee non sono un buon posto dove fare il nido” (Vite di scarto, 2004). Nel nostro linguaggio potremmo dire “un buon posto in cui giocare il proprio mondo interno”.

Per finire un’ulteriore ipotesi: questa è la miglior notizia che ci potesse capitare. In un mondo in cui la nostra idea di crescita illimitata (tipica della modernità) comincia a produrre effetti nefasti come alluvioni, scioglimento dei ghiacciai e siccità, bisogna diventare più sostenibili. Generazioni di giovani meno centrati sulla crescita, il lavoro, il successo e più focalizzati sull’interiorità e l’armonia, potrebbero portarci al futuro di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo diventare multipli, introversi e sostenibili.

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