Rivoluzione digitale e dintorni

Il digitale cambia la nostra percezione e fruizione del tempo e dello spazio

Disruptive work @digital

Che il digitale avesse cambiato il nostro rapporto con il tempo è cosa nota: l’automazione che accorcia i tempi, la possibilità di parallelizzare attività, l’accelerazione spinta dall’innovazione e dalla produzione dei dati, la capacità di lavorare in modo asincrono…

La novità, rafforzata dai lockdown pandemici e da una crescente crisi della mobilità, è però uno sguardo diverso anche nei confronti dello spazio e in particolare dei luoghi di lavoro, sguardo che ha creato una nuova forma di “consapevolezza spaziale”.

Inoltre, la comprensione, supportata da evidenze, che lo smart work funziona, anche se ha come tutte le cose dei limiti, ha reso ancora più importanti i momenti di presenza fisica, che non sono più la regola ma devono essere decisi e progettati per svolgere specifici compiti, come per esempio l’engagement, la motivazione, il senso di appartenenza o la super-concentrazione.

E il digitale – come potrebbe far pensare uno sguardo superficiale del problema – non è un antagonista ma è un grande alleato nel farci abitare gli spazi. Può diventare il gemello digitale di un luogo fisico creando una dimensione semantica e funzionale che rende il luogo ancora più accogliente e funzionalmente potente. Potremmo dire che il digitale, se ben utilizzato, è capace di attivare il genius loci, lo spirito tutelare ed energizzante del luogo.

Il digitale consente certamente di creare anche luoghi alternativi – virtuali – che però non devono essere né onirici né illimitati come il Metaverso, ma devono avere specifici limiti spazio-temporali: spazi da occupare e tempi misurati di occupazione. Pertanto, il digitale non deve sostituire i luoghi ma deve:

  • arricchirli, grazie al suo strato simbolico-funzionale in grado di attivare il genius del luogo;
  • connetterli, consentendo a persone in luoghi diversi di collegarsi e interagire come se fossero in prossimità.

Non solo l’espressione latina genius loci, ma anche la parola tedesca Heimat o la nozione greca di gea si avvicinano maggiormente a questo concetto potente di luogo; e soprattutto ci ricordano che i luoghi non sono una risorsa da sfruttare, ma uno spazio da frequentare con rispetto e consapevolezza … e talvolta anche da custodire. Ce lo ricorda un antico detto amerindio: “La terra non è un’eredità ricevuta dai nostri padri ma un prestito da restituire ai nostri figli”.

Oltretutto i luoghi di lavoro sono molto di più di un contenitore di persone, manufatti, processi: sono sia abilitatori potenti di funzionalità, di emozioni e di ispirazioni, sia costruttori di comunità. E il combinato disposto della rivoluzione digitale e dei dati e del ripensamento della mobilità urbana spinge lo spazio di lavoro a riarticolarsi lungo tre assi:

  1. essenza: ambiente fisico o ambiente digitale
  2. scopo primario: ufficio, spazio pubblico o casa
  3. tipo di utilizzo: uso sociale/collettivo o interiore/intimo.

Che implicazioni ha allora tutto ciò per le attività formative? Io credo ne abbia moltissime. Due sono particolarmente rilevanti e hanno a che fare con nuove capacità che vanno pertanto sviluppate.

La prima è una sempre più necessaria “abilità progettuale”: la capacità cioè di selezionare e adattare gli spazi, creando un blend sempre più ricco fra la componente fisica e quella digitale. Un tempo gli spazi di lavoro erano progettati dagli architetti e il manager e il suo team erano semplicemente ospitati nello spazio predefinito. Oggi anche decisioni come “ci vediamo in presenza o facciamo una riunione online?” oppure la scelta della location più opportuna per un importante momento formativo, oppure per facilitare il brainstorming oppure ancora per poter dare in modo appartato un feedback scomodo a un proprio collaboratore sono, nei fatti, scelte di progettazione spaziale. Per chi fosse interessato ad approfondire, c’è una riflessione dialogante fatta per la rivista HBR insieme a Roberto Battaglia, Daniele Di Fausto e Daniele Lago sull’argomento (Non solo gestione del tempo, ma anche dello spazio. Il responsabile HR come interior designer).

E poi vi sono due competenze specifiche – forse attitudini e parte di quello che potremmo chiamare mindset digitally-enabled – che vanno molto oltre le competenze tecniche e che devono essere sviluppate per utilizzare al meglio il digitale sia come potenziatore dei luoghi sia come sostituto della mancanza di prossimità fisica:

  • la prima è la capacità di cogliere il nesso tra assenza e presenza, che non sono contrapposte ma anzi fortemente intrecciate: spesso l’assenza è infatti collegata a una forma di presenza. Lo dice molto bene il filosofo Jean-François Lyotard quando definisce il desiderio come un’assenza in presenza: desidero infatti qualcosa che non ho, ma se non avessi una rappresentazione di ciò che desidero e che mi manca… non potrei desiderarlo;
  • la seconda è l’abilità di immaginare e immaginarsi (envision direbbero gli inglesi) integrando le carenze della non-presenza-in-quel-luogo con una potente capacità immaginifica; abilità che sarà una delle doti più importanti nel gestire le comunicazioni remotizzate. Questa tecnica era stata sviluppata dai monaci e poi ripresa dai gesuiti negli esercizi spirituali: la chiamavano ratio componendi loci ed era la capacità di leggere un testo sacro e immedesimarsi talmente da entrare “corporalmente” nel luogo descritto: sentire la presenza fisica, le voci, gli odori, avere percezioni tattili. Trasformare, cioè, una semplice vista bidimensionale in una percezione 3D e polisensoriale.

I luoghi di lavoro, dunque, sono molto importanti e la loro scelta e predisposizione va al di là sia di una semplice analisi costi-benefici sia del confronto sindacale relativo a quante giorni fare in ufficio e quanti a casa.  La neonata fondazione Venture Thinking ha dedicato al tema un importante convegno (www.agorathinkers.com/eventi-2/) e un libro in corso di pubblicazione.

Ci ricorda questa importanza Adriano Olivetti in uno splendido passaggio del suo discorso per inaugurare la nuova sede di Pozzuoli, progettata dall’architetto Luigi Cosenza con particolare attenzione alla bellezza e al rapporto con la natura e la luce e dietro indicazioni specifiche dello stesso Adriano: «Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno per giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo, perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza. Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costrizione e di una chiusura ostile».

 

 

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