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Alla scoperta dell’esperienza dei FARM di Parma, tra imprese, scuole e territorio


Se avete mai pensato alla Scuola come un’esperienza fondamentale per la vostra vita, un’esperienza punteggiata tuttavia da tante lezioni noiose, docenti auto referenziali e apprendimenti poco applicabili nel mondo del lavoro, il modello dei FARM di Parma vi stupirà piacevolmente.

Alberto Sacchini

Alberto Sacchini, Direttore di Cisita Parma, l’ente di formazione dell’Unione Parmense degli Industriali, partner strategico del progetto sin dagli inizi, cioè dal 2015,  ci racconta infatti che «i FARM sono delle preziose esperienze che nascono dalla collaborazione fra soggetti diversi per il raggiungimento di obiettivi importanti per il territorio, in una lettura non egoistica del proprio ruolo, ma anzi di integrazione fra sistemi e di condivisione delle risorse».

Cosa sono dunque i FARM a Parma?  Sono Laboratori Territoriali di Occupabilità, previsti dalla Legge Buona Scuola al fine di orientare la didattica e la formazione verso i settori strategici del “Made in Italy” in base alla vocazione produttiva, culturale e sociale del territorio. «La loro attività è rivolta agli Istituti scolastici del I e II ciclo d’Istruzione, con l’obiettivo di creare spazi dall’alto profilo innovativo a disposizione del territorio, dove sviluppare una didattica avanzata in sinergia con le imprese», spiega Sacchini. In particolare, i FARM si sviluppano perché le scuole professionali, le imprese e le famiglie stipulano un patto di progettualità reciproca. Il bisogno delle famiglie e dei giovani di trovare un percorso professionale gratificante, magari nel proprio territorio, il bisogno delle aziende di non disperdere un patrimonio di intelligenza e di saperi professionali, stratificati in più generazioni, l’ardente desiderio delle Scuole di essere all’altezza della propria missione educativa: queste sono le tre dimensioni che si allineano nei FARM di Parma.

Chi scrive sta svolgendo proprio in questi mesi (siamo nell’autunno del 2022) una ricerca sul modello dei FARM, promossa da Cisita Parma e finanziata da Fondirigenti, allo scopo di comprenderne gli elementi sostanziali. Usiamo il plurale perché diverse sono ormai le esperienze a partire dalla prima straordinaria dell’Innovation Farm (già promossa sin dal 2012 dalle imprese Dallara e Bercella in partnership con l’Istituto Gadda di Fornovo e di cui già tanto si è parlato), il Food Farm (collegato agli istituti Galilei e Bocchialini), il recente Logistic Farm (presso l’Istituto Leonardo Da Vinci), o la costituenda Academy del prosciutto di Langhirano (con l’istituto Gadda sede di Langhirano e il Magnaghi Solari). Una caratteristica comune dei FARM è la capacità delle aziende di metter a fuoco un obiettivo comune e condividere le proprie risorse. Finora, tuttavia, nei progetti ha giocato un ruolo essenziale l’inaspettata proattività dei dirigenti scolastici, interlocutori vivaci e progettuali delle imprese e delle amministrazioni locali e anche disponibili a “curvare” la didattica per favorire la preparazione professionale dei giovani allievi.

Anna Rita Sicuri

Un esempio eccellente in questo senso è la Preside Anna Rita Sicuri, dell’ITIS Galilei e ITAS Bocchialini, Polo Scolastico Agroindustriale di Parma, che aggiudicandosi nel 2017 un bando del MIUR ha coinvolto le imprese di Parma nel progetto del Food Farm. Provate a immaginare che vostra figlia o figlio che per due/tre settimane all’anno in occasione di quella che si chiama alternanza scuola lavoro (oggi PCTO) salga su un pullman e venga portato in una fabbrica in miniatura. Si cambi e indossi una divisa bianca e altri dispositivi di protezione. Si sieda in una bella aula attrezzata e impari nel dettaglio come funzionano le tre linee produttive: la trasformazione di passata di pomodoro e frutta, la linea bakery e la linea casearia. E, anche, che venga formato sulla sicurezza in fabbrica. Immaginate poi che vada nel reparto produttivo e con i suoi compagni faccia, sotto la guida del suo professore/supervisore, il più serio dei giochi: produrre veri biscotti, secondo una ricetta gourmet, da commercializzare poi sul mercato con il brand “Bontà di Parma”. Scoprireste che «i ragazzi sentono la responsabilità, sanno che questi prodotti vanno commercializzati quindi si impegnano molto», afferma la Preside Sicuri. Non è vero, dunque, non a Parma, non nel FOOD FARM, che i ragazzi di oggi sono distratti e non apprezzano il lavoro. Sarà che le fabbriche contemporanee non sono sporche come in passato, e che viene richiesta competenza tecnica, metodo e motivazione a imparare a usare i software che le governano. A queste condizioni i giovani si trasformano «se li si prende sul serio e li si tratta come soggetti responsabili, non si tirano indietro: anche un ragazzo che a scuola non va bene, che è indisciplinato, qui dentro dà il meglio di sé», dice ancora Sicuri.

Introdurre nel curriculum di apprendimento dei giovani della Provincia di Parma questa esperienza così ricca è l’esito di un complesso progetto di integrazione di pubblico e privato. «Abbiamo vinto il bando del MIUR coinvolgendo 6 scuole, ma la condizione era che nel lungo periodo il modello fosse autosufficiente economicamente», chiarisce Sicuri. Per tale motivo la Preside come un’imprenditrice ha iniziato a bussare alle porte dei colossi industriali della città. Dopo aver raccolto il consenso dell’associazione di imprenditori Parma io ci sto (che comprende tra gli altri la multinazionale farmaceutica Chiesi), a Palazzo Soragna (sede dell’Unione Parmense degli Industriali) «ho incontrato tante aziende – spiega – che hanno deciso di sostenerci, tra le altre Fondazione Cariparma, Barilla, Parma io ci sto, Parma Corte Alimentare, Agugliaro Figna, Open, Chiesi». Queste, donando il denaro necessario alla ristrutturazione dell’edificio e all’acquisto dei macchinari, hanno reso possibile avviare il progetto.

Altre aziende invece si sono impegnate per supportare la gestione come Barilla, Mutti, Agugliano Figna, Molino Grassi, Consorzio del Parmigiano Reggiano, Unione Parmense degli industriali,  Esselunga. Con un agile ma coraggioso modello di governance è stato costituito un consorzio tra i privati, legittimato a conferire a titolo gratuito materia prima (tra cui latte, pomodoro, etc.), il supporto con i propri tecnici per il disegno e la verifica del processo produttivo, la garanzia della catena logistica, la distribuzione dei prodotti generati attraverso una catena di negozi della città, oppure la stessa attraverso Esselunga (in un progetto legato all’Ospedale Oncologico di Parma).

Insomma, una collaborazione trasversale animata da uno spirito collaborativo: i concorrenti abbassano le armi e capiscono che bisogna lavorare insieme per trattenere i giovani, formarli ai saperi della tradizione, ridurre per quanto possibile lo spopolamento dei territori della provincia.

Un’esperienza virtuosa, ma quanto esportabile? L’auspicio ai più alti livelli politici è che ciò sia replicabile in altre parti d’Italia, oppure all’estero (in Albania, ad esempio, l’Università di Bologna ha disegnato un progetto per lo sviluppo di una farm nel settore agricoltura). Rimane tuttavia la percezione che al di là della politica industriale, il fattore fondamentale nei FARM sia l’amore per il proprio territorio e la generosità verso chi verrà dopo di noi.

 

 

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