Rivoluzione digitale e dintorni

Il digitale nell’epoca della mobilità ridotta

Disruptive work @digital

“L’epidemia di Coronavirus dimostra quanto … il Web è un’ancora di salvezza che ci consente di continuare a lavorare, educare i nostri figli e leggere informazioni vitali per mantenerci sani e salvi”
(Tim Berners-Lee, ideatore del World Wide Web)

La pandemia di Covid-19 è entrata prepotentemente nella nostra vita, mettendo in luce la fragilità dei nostri sistemi e processi decisionali. La dimensione emergenziale tende a suggerci che questo fenomeno sia un unicum, un evento devastante e inatteso ma anche singolare, o meglio singolo nella sua riproducibilità.
Tra i tanti effetti – oltre ai drammi umani e le crisi economiche (non ancora completamente manifestate) – ve n’è uno particolarmente rilevante e incisivo: la drastica riduzione della mobilità di ciascuno di noi. Questo sì viene considerata un male passeggero; si ritiene infatti che una volta conclusa l’emergenza essa verrà pienamente ripristinata. Ma sarà davvero così?

Quasi tutte le recenti epidemie (Ebola, Sars, Zika, Mers e Coronavirus) sono dipese dall’elevata densità della popolazione, dall’aumento di commercio e caccia di animali selvatici e dai cambiamenti ambientali dovuti ad esempio alla deforestazione e all’aumento degli allevamenti intensivi specialmente in aree ricche di biodiversità. Una ricerca recente ha inoltre mostrato che è necessario integrare in modo sistematico la valutazione e la considerazione del rischio di pandemie nella pianificazione dello sviluppo sostenibile, visto che l’emergenza delle malattie infettive è tra le conseguenze del cambiamento ambientale.

I Governi stanno lavorando sui sintomi della pandemia, non sulle cause. Inoltre, stanno aumentando i malfunzionamenti dei sistemi di trasporto, gli scioperi selvaggi, l’imprevedibilità e intensità del maltempo e i rischi-terrorismo che, come noto, predilige i sistemi di mobilità. Siamo quindi di fronte a una trasformazione epocale del modo di lavorare, che peraltro non è iniziata in questo periodo ma si sta solo acutizzando in alcune delle sue dimensioni. La mobilità lavorativa è sempre stata un costo, non solo diretto (trasporto e pernottamenti) ma anche indiretto (tempo personale, danni ambientali, ecc.); ora, però stanno crescendo anche i rischi associati alla mobilità.

Il fenomeno è dunque strutturale e non episodico, mentre la reazione del mondo del lavoro – riduzione delle occasioni di contatto e di presenza e imposizione forzata dello smart work – sembra invece molto congiunturale e soprattutto reattiva. A ben vedere, però, il digitale fornisce e soprattutto potrà fornire molti contributi positivi non solo nel rimodellare il modus operandi, ma anche nei processi di apprendimento, che sono non solo prodromi a ogni importante trasformazione del lavoro ma che devono accompagnarci nel suo stesso ridisegno e nella pratica quotidiana.

Il digitale, infatti, rende disponibili e diffuse:

• le piattaforme per supportare l’apprendimento;
• i contenuti base dell’apprendimento (informazioni, dati, presentazioni, video, articoli, libri, enciclopedie);
• gli strumenti per organizzare la propria conoscenza personale (il “sé digitale”);
• gli ambienti di comunicazione e condivisione, sempre più necessari e utilizzati (mail, chat, news, Skype, Google Drive)

Il nuovo (o prossimo) modus operandi che si sta profilando si basa sulla “schermizzazione” delle attività: questo tipo di smart work è infatti caratterizzato più che dal digitale (che era già molto presente nei luoghi di lavoro) e dalla “remotizzazione” (il fenomeno è diffuso già da molto tempo ed è iniziato con il telefono), dal “tutto-attraverso-il-video”, dal fatto cioè che la complessità e articolazione del mondo esterno e del contesto lavorativo si traduce in immagini bidimensionali su un piccolo schermo rettangolare. Tutto il lavoro, l’accesso alle informazioni e l’interazione con l’esterno avviene attraverso questo piccolo e talvolta claustrofobico rettangolo digitale, che è anche uno specchio dove noi riverberiamo la nostra immagine (ripresa da una webcam o postata su un social) nel mondo esterno. Avere tutto il nostro universo lavorativo mediato da questo spazio ristretto e piatto è pertanto la vera sfida delle nuove forme di smart work forzate dalla mobilità ridotta.

Serve allora un radicale ripensamento delle pratiche di lavoro – forzato dalla mobilità ridotta e reso possibile dalla rivoluzione digitale – che preveda nuove configurazioni o meglio ibridazioni fra il fisico e il digitale basate su un nuovo concetto di “remotizzazione” – non solo di una persona ma anche di un team che deve collaborare e interagire – che diventi la regola e non tanto l’eccezione da gestire in emergenza.

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