Rivoluzione digitale e dintorni

Spazi di lavoro e rischi professionali: cambiano i confini fra pubblico e privato

Disruptive work @digital

L’epidemia di Covid-19 e la rivoluzione digitale – sempre più diffusa e coinvolgente – stanno ridefinendo i confini fra pubblico e privato. In particolare, sono tre le dimensioni in grande trasformazione: il concetto stesso di privacy, intesa come sfera personale invalicabile, la netta suddivisione dello spazio in pubblico e privato e la limitazione di comportamenti un tempo considerati legittimi in ogni contesto e non normabili né sanzionabili.

Questi temi sono riconducibili a un ambito relativamente recente della dottrina politica – la biopolitica – introdotto da Michel Foucault e ripreso da alcuni filosofi italiani come Giorgio Agamben e Roberto Esposito. La politica diventa biopolitica quando si occupa di conservazione della vita dei propri cittadini. Nei fatti il filosofo francese ha contribuito a chiarire come gli stati moderni hanno gestito (e gestiscono) le epidemie. Michel Foucault ha dimostrato che nel tardo XVII secolo epidemie urbane come il vaiolo e il colera non venivano più gestite tramite una divisione binaria fra sani e ammalati – come era normalmente fatto ad esempio per la peste – ma piuttosto tramite la quantificazione e gestione dei rischi valutati su tutta la popolazione, sviluppando un vero e proprio “apparato di sicurezza” per la salute pubblica.

Il digitale applicato alla mobilità è un ottimo laboratorio per studiare sia le straordinarie potenzialità sia i grandi rischi associati all’adozione diffusa di piattaforme per la raccolta sistematica dei dati personali. I rischi però spesso non sono immediatamente visibili o facilmente perimetrabili. Il tema è noto: si vuole alleggerire la stretta del lockdown grazie a un controllo diffuso della mobilità delle persone e dei loro contatti con altre persone, potenzialmente infette o portatrici sane del Covid. Messi da parte i temi tecnici relativi alle prestazioni e alla robustezza della soluzione digitale che si vuole adottare, la questione centrale è la privacy: tracciare movimenti e relazioni dei cittadini in modo sistematico e continuativo cambia il concetto di libertà e anche di sicurezza.

C’è ovviamente una notevole similitudine con la situazione emergenziale sorta dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. In quel caso si cercavano modi per scoprire tra le persone comuni i terroristi prima del loro manifestarsi; oggi l’obiettivo è identificare non solo i malati, ma anche portatori sani prima che diventino veicoli di contagio. Il dilemma introdotto dalla gestione del Covid è dunque: proteggiamo l’economia o salviamo vite umane? Come ogni dilemma, però, va valutato in una prospettiva più ampia per evitare di cadere nelle polarizzazioni alimentate da una lettura ideologica o di parte; solo in questo modo possono emergere possibili opzioni.

La retorica si è occupata di questa tipologia di dilemmi e di come (evitare di) presentare in modo strumentale una questione. La tecnica manipolativa – fallacia la chiamavano i retori antichi – utilizzata è la “falsa-dicotomia”, che potremmo ribattezzare “o-con-me-o-contro-di-me”. Questo ragionamento fallace – molto utilizzato soprattutto dai politici populisti – nega le vie intermedie, la ricchezza delle soluzioni alternative, schiacciando il dibattito sui due estremi e convincendo che solo un estremo è accettabile; accettare l’altra opzione sarebbe infatti una catastrofe certa. Che implicazioni per il mondo del lavoro nascono, allora, a valle della pandemia (e dal conseguente distanziamento sociale forzato) e da una sempre più spinta digitalizzazione? Una delle conseguenze è proprio la ridefinizione dei confini tra spazio pubblico e spazio privato … e qui entra in gioco lo smart work: lavorare da casa trasforma infatti lo spazio domestico in un prolungamento dell’ufficio. A questo percorso di “remotizzazione”, il Covid, aggiunge anche la dimensione sanitaria. A molti sarà capitato di fare delle riunioni con parte del personale a casa e parte in ufficio.

Il paradosso è che le persone in ufficio devono tenere le mascherine (per policy aziendale) mentre chi lavorava da casa no. Infatti, nello spazio privato io sono l’unico responsabile della mia salute, mentre in quello pubblico no. Se sono obbligato a lavorare in uno spazio pubblico – dopo che il lockdown ha dimostrato che è possibile ed efficace lavorare anche da casa – è come se mi venisse richiesto di espormi a una nuova tipologia di rischio professionale, che non è più solo legata a specifiche categorie professionali (generalmente coperte da integrazioni retributive), ma è una sorta di rischio “pubblico”, legato al mio lavorare in spazi collettivi (per me pubblici). E il dover assumersi questi rischi può anche essere “imposto”, in maniera più o meno diretta, dalla legge. Non solo obbligando alcune categorie di servizi pubblici a lavorare in ambienti potenzialmente insicuri – pensiamo ai medici, agli infermieri, ma anche alla pubblica sicurezza – ma anche consentendo ad alcune categorie di servizi privati di non sottostare al vincolo del lockdown. È stato il caso, ad esempio, di chi fa consegne a domicilio. Questo servizio privato è improvvisamente diventato un servizio pubblico di prima necessità. Assisteremo dunque, nei tempi a venire, a una vera e ridefinizione della sfera (informativa) e dello spazio personale, nella speranza che l’essere umano continui a rimanere al centro e la tecnologia rimanga al suo servizio.

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